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Diventa libro un’intervista rilasciata da Papa Francesco all’esperto vaticano di cinematografia e film, monsignor Dario Viganò. Aldo Grasso commenta le passioni cinematografiche del Papa sul Corriere:

«Da bambino, il Santo Padre è stato cinefilo, ha visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi; per il piacere dello schermo o, chissà, forse per nostalgia dell’Italia. Ha molto amato Roma città aperta perché gli ha fatto capire la grande tragedia della guerra. Il suo film preferito resta La strada di Federico Fellini per il suo afflato evangelico. E apprezza ancora oggi il cinema neorealista come «scuola di umanesimo», come «catechesi di umanità». Nell’Italia uscita dalla guerra, si sentiva il bisogno di una rinascita politica e sociale. Cineasti e registi vollero farsi artefici di questo rinnovamento. Proposero un cinema che scavava nella realtà del presente e del più recente passato, portando alla luce storie, temi e personaggi di quel mondo su cui bisognava agire: il cinema neorealista si caratterizza fin da subito per il suo forte impegno sociale. E possiamo immaginare l’effetto di quei film per chi era emigrato all’estero, per sfuggire alla dittatura o alla miseria. Ancora oggi, cosa sia stato il cinema neorealista, creatura polimorfa, è difficile da spiegare. Fu un’aggregazione di fenomeni eterogenei? Il nome di una battaglia? Un’etica dell’estetica? Un mix di ideologia e poetica? Una coincidenza? Quattro passi tra le nuvole o un’ossessione? Alcuni film di quel periodo restano straordinari perché frutto di un artificio di incerta e ironicamente fatale destinazione; sembrano magicamente fatti da una sola persona. In apparenza chiari e determinati, di felice trasparenza, sono percorribili in diverse direzioni, inesauribili e insensati (che idea, trasformare una bicicletta in una macchina narrativa!); è proprio la loro «ambiguità» linguistica a renderli duraturi. Per il Santo Padre il neorealismo è un’educazione allo sguardo e, a tal proposito, cita Simone Weil che al tema ha dedicato riflessioni di intensa spiritualità. In Attesa di Dio scrive: «Una delle verità fondamentali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che lo sguardo è ciò che salva». Basterebbe oggi ritrovare un po’ del coraggio con cui Simone Weil si concentrava su un esile fascio di parole (Amore, Bene, Fede, Bellezza, Necessità, Limite, Sacrificio), per restituire alle medesime la loro forza incendiaria. Molte pagine degli scritti di Simone Weil sono fuoco che arde perché i nostri occhi possano vedere meglio, in profondità. La cosa curiosa è che Roberto Rossellini si ispirò proprio alla figura di Simone Weil per tratteggiare il personaggio di Irene, in Europa ’51 : non basta soffermarsi sul visibile, che sta davanti agli occhi, bisogna a ogni costo ricercare l’invisibile, che sta dietro gli occhi».

“MOTU PROPRIO” SULLA MESSA IN LATINO

I giornali di sabato hanno dato notizia di un “motu proprio” del Papa che blocca la Messa in latino e chiede ai Vescovi di occuparsene. Gian Guido Vecchi sul Corriere:

«Niente più messe in latino e con le spalle ai fedeli nelle chiese parrocchiali, e i vescovi a vigilare sulle eventuali autorizzazioni nei giorni e luoghi indicati: «È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962». La stretta di Papa Francesco sulle messe con il «rito antico», liberalizzate da Benedetto XVI nel 2007 con il Motu proprio «Summorum Pontificum , è arrivata ieri con un altro Motu proprio, «Traditionis Custodes», accompagnato da una lettera ai Vescovi del mondo che ne spiega le ragioni. Il motivo essenziale è semplice: la possibilità di celebrare con il «rito antico», concessa come una mano tesa a lefebvriani e tradizionalisti per favorire l’unità, è stata usata all’opposto in modo «strumentale» con «un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II» e «l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”», scrive il Papa. Francesco aveva inviato un questionario a tutti i Vescovi: «Le risposte hanno rivelato una situazione che mi addolora e preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire». La possibilità offerta da Wojtyla e «con magnanimità ancora maggiore» da Ratzinger «è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa, esponendola al rischio di divisioni». La responsabilità torna ad ogni singolo Vescovo: «È sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica». Dovrà accertare che i gruppi che vogliono la Messa in latino «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Anche in queste celebrazioni le letture dovranno essere nelle lingue nazionali. Il vescovo non potrà autorizzare «nuovi gruppi» né «nuove parrocchie personali», e valuterà «se mantenere o meno» quelle esistenti. Il Papa è lapidario: «Prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, istruzioni,concessioni e consuetudini precedenti al presente Motu Proprio, e di ritenere i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Vaticano II, come l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».

Da diverso tempo molto critico del Papa in carica, Antonio Socci ripercorre la vicenda citando i documenti e le opinioni di Ratzinger. Ma nella conclusione in parte concorda col giudizio di Papa Francesco: c’è stato un uso “settario” della libertà concessa da Benedetto XVI. Ecco il finale del suo articolo per Libero di ieri:

«Papa Bergoglio ora sostiene di aver azzerato la libertà di rito introdotta da Benedetto XVI perché essa, invece di creare unità del corpo ecclesiale (come volevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ha prodotto divisione e «un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”». Qui c’è anche del vero. In effetti c’è chi ha vissuto “la messa in latino” in modo un po’ settario, sentendosi “la vera Chiesa”. Ma papa Bergoglio confonde l’effetto con la causa. A provocare il rifiuto (sbagliato) del Concilio in realtà non è il rito antico, ma caso mai certe innovazioni “rivoluzionarie” del suo pontificato (che non c’entrano nulla col Concilio) o certi abusi nella liturgia in volgare che papa Bergoglio riconosce, ma su cui non interviene con proibizioni. La decisione di Francesco, che azzera un pilastro del pontificato di Benedetto XVI, è un doloroso errore che toglie libertà e provocherà nuove divisioni. Il papa fa il grosso regalo ai lefebvriani dell’esclusività del rito antico e di alcuni fedeli. E la Chiesa è sempre più smarrita e confusa in questo tramonto di pontificato».