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Lungo articolo di Antonio Spadaro per Repubblica sull’ultimo libro di Eraldo Affinati, una meditazione sul Vangelo. Lo scrittore ieri sera ha chiuso, insieme ad altri relatori, con un convegno dedicato al tema “Educare alla libertà”, il Meeting di Rimini. Ecco la recensione di Spadaro a Il Vangelo degli angeli.

«Cielo e terra sono connessi grazie a ponti di imbarco dai quali angeli, arcangeli, serafini e altre creature celesti si lanciano sulla «città degli uomini», dopo aver allacciato le cinture di sicurezza. Eraldo Affinati nel suo Il Vangelo degli angeli richiede di accendere l’immaginazione e di lasciarsi portare in alto per assumere una visione angelica delle cose. Leggiamo dell’annunciazione a Maria: «Gabriele si staccò dal sedile e, in un guizzo fulmineo, prese il volo. Anni di formazione trovarono in quel momento il loro frutto operativo. Uscì dal boccaporto per guadagnare la migliore apertura alare. In un attimo scomparve alla vista dei commilitoni, assumendo l’assetto necessario per essere proiettato come una scheggia incandescente verso la Palestina di duemilaventuno anni fa». Da mettere subito da parte è dunque l’immaginetta classica della figura angelica. L’aeropittura futurista non è lontana da questa rilettura del Vangelo, che però ha anche molto del “fanciullino” pascoliano. Scorrono nella mente le potenti immagini bellicose del futurista Tullio Crali – quelle di Prima che si apra il paracadute o di In tuffo sulla città – qui però trasfigurate dall’annuncio cristiano. Pascoli e Marinetti alleati nelle pagine di questo romanzo per raccontare la storia di Gesù da una prospettiva obliqua, quella dell’avvicinamento, dell’approssimazione angelica. Non la visione orizzontale, cioè umana. Non la visione verticale, cioè divina. Ma l’immagine dell’intervento della creatura celeste, della discesa in picchiata che non è mai perpendicolare alla terra. L’angelo è messaggero che arriva, che si approssima: non piomba, ma plana. E talvolta caracolla. E di che cosa abbiamo davvero bisogno se non di angeli che ci diano una buona notizia e che ci accompagnino nel cammino? L’immaginario biblico sposa quello hi-tech. Affinati toglie alle creature angeliche i tratti pennuti, molli e “non binari” della tradizione, e prova a ripensarne l’aspetto. E così l’arcangelo interviene potendo «disporre dei radar di ultima generazione, splendidi visori incorporati nei tessuti cerebrali». Ma la tecnologia è angelica, non algida. (…) È il capolavoro di Affinati: poeticamente ci fa immergere nella storia nota dei Vangeli con gli occhi degli angeli che innestano l’eternità nel tempo, ma senza distruggerne l’apparenza. È chiaro da subito che gli angeli hanno le mani legate: non possono interferire con gli eventi. Farlo – sebbene, ovviamente, mossi dai più alti sentimenti – significherebbe violare la libertà umana, interferire con le vicende del mondo. L’angelo non può farlo, non deve. Ma può intervenire nella sua azione l’errore “umano”, sì. Talmente sono coinvolti questi angeli da non essere perfetti nella loro azione metafisica. Fanno errori di calcolo. Scaricano inavvertitamente potenza celeste, smuovono senza farci caso equilibri geologici. Altri devono intervenire dai ponti celesti prima che sia troppo tardi. Ad accorgersi delle sbavature sono sempre creature inconsapevoli: una colonia di rane, un bue, una pecora. (…) Così scorre il racconto evangelico, ricco di candore e dramma. In una narrazione fluida con elementi del tutto originali e anche tratti dai vangeli apocrifi. Affinati interviene nel racconto con i frutti della sua fantasia che narrano l’azione di Gesù. Ma quel che vediamo non è mai l’anima o il sentimento, ma il gesto, che rivela una profondissima empatia con l’umanità. Come quando Gesù è con Jonut, un giovane che non riesce a muovere le mani e tiene i pugni chiusi. Le sue dita sembrano di plastica e il volto pare sfigurato. La testa gira da destra a sinistra quasi senza controllo. Gesù «gli stava accanto con una dedizione stupefacente, accettandolo com’ era. Quando rideva insieme a Jonut, e gli capitava spesso anche se nessuno l’ha mai detto, nelle cornici dei cieli i cadetti si scatenavano improvvisando capriole di giubilo». Un sorriso cambia gli equilibri cosmici. Il fascino di Gesù su Affinati è una cifra del racconto: «Si toglieva i capelli dagli occhi e avevi l’impressione che ti volesse fissare per sempre con quello sguardo lucido, amoroso. Tu mi interessi, capito? E io, dimmi, sono importante per te? Ci siamo conosciuti e d’ora in poi non ci perderemo, dovremo prenderci cura l’uno dell’altro: è tutta qui la mia religione. In sostanza non c’è molto da aggiungere. Queste riflessioni non te le diceva in modo esplicito. Lasciava che si formassero dentro di te. A un certo punto si coagulavano ed ecco che eri cambiato, non ti riconoscevi più». La tentazione, la vera tentazione per Affinati non è mai la mancanza di fede, ma il passaggio dalla profezia alla politica, una volontà da parte dei discepoli di ristabilire equilibri e di “normalizzare” il messaggio evangelico. Perché la fede è un modo di vivere e leggere la vita fino al paradosso: anche se la fede stessa «risultasse un sotterfugio, ammettiamolo, sarebbe ugualmente preziosa, se non altro perché ci insegnerebbe a cogliere fiori che non avremmo visto, nascosti sotto la roccia o camuffati».

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