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La ritirata occidentale, guidata dagli americani, dall’Afghanistan si dimostra ogni giorno di più molto rischiosa. Anna Guaita sul Messaggero.

«Un’altra immane crisi umanitaria sembra avvicinarsi a grandi passi. Un’altra Siria, con milioni di persone intrappolate durante una sanguinosa guerra civile e un’altra possibile ondata di migranti in cammino verso l’Europa. Mentre le ultime truppe americane lasciano definitivamente le basi afghane, dopo venti anni di occupazione, i vecchi dominatori del Paese riconquistano i territori che fino a poco fa erano guardati dalle truppe alleate, e giustiziano sommariamente coloro che hanno osato collaborare con gli occidentali. L’avanzata delle forze talebane è straordinariamente veloce e brutale. Duecento dei 400 distretti sono ora nelle loro mani, e se la loro strategia è stata finora di occupare le terre, adesso cominciano a puntare anche sulle città. Ma centinaia di migliaia di contadini e allevatori dalle campagne e province conquistate sono fuggiti per cercare riparo proprio nelle città, spesso a casa di amici o parenti, o semplicemente in tendopoli intorno alle periferie. Come denuncia l’Onu, siamo alla vigilia di una catastrofe umanitaria, in cui mancherà cibo e assistenza sanitaria e assisteremo a esodi di massa. A parte la capitale, Kabul, abbastanza sicura e circondata da un cuscinetto di distretti nelle mani delle forze governative, le altre maggiori città sono già a rischio. La prima che potrebbe cadere è Kandahar, la seconda per grandezza, con oltre 650 mila abitanti, nel sud est del Paese. Il suo aeroporto era il secondo per importanza nel Paese, e cruciale per le missioni dell’aeronautica militare afghana contro i talebani. Tre missili l’hanno reso impraticabile due giorni fa. Non molto lontana, più a ovest, c’è Lashkar Gah, anch’ essa sotto attacco, e dove secondo testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa francesi, ci sarebbero «morti per strada». Più a nord, a ovest, la città di Herat è sotto assedio e il governo centrale ha dovuto mandare le squadre speciali addestrate dagli americani per tentare di rintuzzare l’attacco. Ma qui i talebani stanno applicando la lezione imparata dai terroristi dell’Isis: si sono intrufolati nelle case dei residenti locali, usandoli come scudo contro le forze governative. Queste città, le più grandi dell’Afghanistan dopo Kabul, non sono più in diretto contatto fra di loro, in quanto i territori che le separano sono già caduti sotto il controllo del talebani. Sembra di intravvedere un piano per la creazione di un governo islamico con capitale provvisoria a Kandahar, la città che è stata il luogo di nascita del movimento integralista islamico dei talebani durante l’occupazione sovietica. Arrivati al potere nel 1996, integralisti intolleranti e spietati, i talebani hanno regnato con pugno di ferro fino all’invasione degli alleati nell’ottobre del 2001. Si calcola che gli afghani che fuggono siano oltre 30 mila a settimana, un aumento dell’80% rispetto all’anno scorso. A nord il confinante Tajikistan ha offerto rifugio a 10 mila profughi. Ma gli altri Paesi non hanno dimostrato altrettanta disponibilità. Gli afghani stanno tentando di fuggire legalmente, con passaporto e visto, ma anche clandestinamente, salendo su furgoni al confine con l’Iran, alcuni disposti a fermarsi e lavorare lì, altri decisi ad attraversarlo, per giungere alla Turchia e da lì possibilmente tentare il salto verso l’Europa. Non ci potrebbe essere notizia peggiore per le strutture di accoglienza in Italia, che stanno già boccheggiando per l’impennata dei nuovi arrivi, questi dalla Tunisia, dove il presidente Kais Saied ha di fatto compiuto un colpo di Stato. Oramai dalla Tunisia arrivano decine di barchini ogni giorno, tant’ è che la struttura di Lampedusa, che può ospitare 250 persone, ne ha ben 1.200. Se non si correrà ai ripari, con pronti aiuti umanitari alle popolazioni assediate da talebani in Afghanistan, si può star certi che a questo numero presto vedremo aggiungersi anche gli afghani».