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Ieri il Ministro Cingolani ha annunciato che nel prossimo trimestre le bollette energetiche aumenteranno ancora e del 40 per cento. Elena Comelli per il Quotidiano Nazionale.

«Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, ma da ottobre aumenterà del 40%». Lo prevede il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenuto ieri a Genova durante un convegno organizzato dalla Cgil. Se la sua previsione fosse corretta, per le famiglie si avrebbe una stangata di 247 euro su base annua, in base ai calcoli di Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori. «Governo e parlamento devono porre subito rimedio, decidendo di destinare i proventi delle aste di mercato dei permessi di emissione di CO2 all’abbassamento delle bollette ed eliminando oneri di sistema oramai superati, come quelli per la messa in sicurezza del nucleare o le agevolazioni tariffarie riconosciute per il settore ferroviario. E ancora spostando sulla fiscalità generale gli altri oneri, come gli incentivi alle fonti rinnovabili, che ora invece finiscono in bolletta», chiede Vignola. La colpa dell’esplosione delle bollette è il boom dei prezzi delle materie prime, in particolare quello del gas naturale, con cui in Italia si produce oltre metà dell’energia elettrica e gran parte del riscaldamento del Paese. Una dipendenza quasi totale, che espone le famiglie italiane al rischio di subire gli sbalzi di prezzo tipici dei combustibili fossili, specie in un periodo di forte accelerazione dell’attività economica globale, come questo. Con il decreto «Lavoro e imprese», approvato il primo luglio, il governo ha cercato di calmierare questi sbalzi, destinando 1,2 miliardi di euro alla riduzione degli oneri generali di sistema per il terzo trimestre, in modo da scongiurare un maxi aumento. Ma sono interventi-tampone, che non possono essere replicati a ogni nuovo rincaro. Grazie a questo intervento, l’incremento nel terzo trimestre del 2021, per la famiglia tipo in tutela, è stato «contenuto» a +9,9% per la bolletta dell’elettricità e +15,3% per quella del gas. Se non ci fosse stato, le bollette sarebbero aumentate del doppio. «Il forte aumento delle quotazioni delle materie prime nonché la decisa crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2 avrebbero portato a un aumento di circa il 20% della bolletta dell’elettricità se il governo non fosse intervenuto con un provvedimento di urgenza per diminuire la necessità di raccolta degli oneri generali in bolletta», aveva spiegato l’Autorità per l’Energia, presieduta da Stefano Besseghini. Ma le aspettative sono di ulteriori aumenti dei prezzi delle materie prime. Il prossimo aggiornamento, previsto entro il 30 settembre, sarà relativo al quarto trimestre. Sull’aumento del costo del gas e il suo impatto sulle bollette «lo scorso trimestre siamo riusciti a tamponare un aumento di qualche miliardo, però non possiamo andare a tamponare ogni trimestre», ha dichiarato qualche giorno fa lo stesso Cingolani, che però ieri ha promesso: «Il governo è fortemente impegnato per la mitigazione dei costi delle bollette e per fare in modo che la transizione verso le energie più sostenibili sia rapida e non penalizzi le famiglie». Le ipotesi ora più accreditate sono quelle che indicano uno spostamento degli oneri di sistema, che valgono quasi 15 miliardi all’anno, sulla fiscalità generale. Naturalmente il più importante intervento sarà ridurre il peso del gas sui consumi energetici degli italiani, aumentando quello delle fonti rinnovabili».

Federico Rampini cerca di spiegare che cosa sta avvenendo nel mondo del post pandemia: c’è molta ripresa e poca energia, soprattutto in Europa.

«Una “tempesta perfetta” spinge i prezzi dell’energia al rialzo nel mondo intero. È causata da elementi climatici imprevisti: una lunga bonaccia sul Mare del Nord; gli uragani tropicali che perturbano l’industria petrolifera nel Golfo del Messico. È rafforzata da un evento positivo: malgrado la variante Delta, grazie alle vaccinazioni la ripresa economica globale procede, e dunque crescono i consumi energetici. L’utopia di una transizione rapida verso un pianeta a “emissioni zero” si scontra con i limiti delle energie rinnovabili e un ritardo nel progresso tecnologico. Le aree che consumano più di quanto producano energia – come Europa e Cina – sono il lato debole nel nuovo “risiko energetico” che mescola economia, finanza, e grandi strategie geopolitiche. America e Russia sono sul fronte dei vincitori, con compagni di strada sorprendenti. L’uscita dal tunnel della pandemia riserva anche questa novità. La Federal Reserve, la Banca centrale europea e quella cinese: tutte concordano sul fatto che l’inflazione è rinata in buona parte perché sospinta da questo mini-choc energetico. Tra gli elementi scatenanti di questa crisi, uno è quasi banale. Il vento ha soffiato molto meno del solito al largo delle coste del Regno Unito. È lì che si concentra la massima capacità eolica europea. Questo ci ricorda un limite delle fonti rinnovabili, la cui disponibilità non è costante: il vento può fare i capricci, il sole non alimenta le centrali quando è notte o il cielo si copre di nuvole. La capacità di stoccaggio di queste energie è ancora troppo limitata. Quando sono inferiori ai nostri bisogni accade quel che è successo negli ultimi mesi: vengono riattivate centrali a gas e perfino a carbone. L’aumento della domanda, le penurie di produzione, fanno schizzare al cielo i prezzi e prima o poi l’effetto si trasmette nelle bollette degli utenti. I vari mercati energetici sono vasi comunicanti: se s’ inaridisce l’offerta in uno dei comparti tutti gli altri diventano più cari. In questa congiuntura gli Stati Uniti sono tra i favoriti: hanno raggiunto da anni una semi-autosufficienza energetica grazie alle grandi risorse del loro sottosuolo. Di recente hanno ripreso a esportare gas liquefatto anche verso l’Europa, e una delle imprese esportatrici, la Cheniere Energy, ha visto aumentare del 47% il suo valore azionario dall’inizio dell’anno. Il consumo mondiale di petrolio, secondo le proiezioni del cartello Opec che riunisce molti produttori, nel 2022 sorpasserà i livelli raggiunti nell’anno 2019, cioè pre-covid. Questo pone una seria ipoteca sugli impegni solenni proclamati da molti governi, di un azzeramento delle emissioni carboniche a medio termine. Si capisce meglio perché Xi Jinping non abbia mai voluto legarsi le mani con impegni di quel tipo. Si interpreta in modo diverso anche l’ultimo regalo che Joe Biden fece ad Angela Merkel prima dell’addio della cancelliera, e cioè la levata di alcune sanzioni americane contro il gasdotto Nord Stream 2. La Germania, con o senza i Verdi al governo, avrà ancora bisogno di gas russo, e perfino di carbone polacco, per qualche tempo: Biden ha adottato una “realpolitik energetica”, prendendo atto della fragilità di Berlino. Vladimir Putin da parte sua ha curato con abilità i buoni rapporti fra Mosca e l’Opec. Rinasce anche un dibattito sul nucleare, accantonato in maniera improvvida per la pressione delle opinioni pubbliche in Occidente e in Giappone, mentre la Cina lo considera come una delle fonti rinnovabili su cui scommettere. Se l’Europa rivela le sue fragilità strutturali, anche la Cina è a metà del guado: da una parte spinge sull’acceleratore dell’innovazione tecnologica e punta al predominio globale nell’auto elettrica; dall’altra deve continuare a ingoiare petrolio e carbone più di ogni altra nazione al mondo. Nel risiko geopolitico dell’energia tornano in primo piano attori che controllano snodi nevralgici per la distribuzione delle vecchie e odiate energie fossili. Alcune Vie della Seta su cui avanzano gli investimenti cinesi sono corridoi terrestri che attraverso l’Asia centrale cercano di soddisfare la fame carbonica di Pechino, allentando la dipendenza dalle rotte marittime ancora presidiate da flotte militari Usa (Golfo Persico, Oceano Indiano, Stretto di Malacca). Ci sono subpotenze regionali molto attive nel disegnare e difendere con la forza militare i grandi snodi distributivi: insieme alle potenze del Golfo appaiono in questo club anche la Turchia e Israele. La rivoluzione verde dell’Europa è un progetto che poggia ancora su basi fragili. Una notizia eccellente come la ripresa economica è un brutale richiamo alla realtà dell’oggi: per riaprire le fabbriche ci vuole più energia subito, non domani. A Bruxelles come a Berlino, Londra Parigi e Roma, c’è ancora un deficit d’innovazione tecnologica, l’unico ingrediente che può far cambiare le regole del vecchio risiko. I prezzi che impazziscono sono la fotografia istantanea di queste strozzature».

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