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Sale dalla società civile (associazioni e piazze) la richiesta al premier di portare a compimento Pnrr e legislatura. Ma nel Palazzo c’è il caos. Domani fiducia al Senato. Il Colle studia i precedenti

Dunque domani ci sarà un voto parlamentare sul destino del governo Draghi. E il voto, dopo un braccio di ferro fra le forze politiche, sarà in Senato. L’Aula dove è più difficile che si arrivi alla fiducia, perché nel Movimento 5 Stelle fra i senatori ci sono molti contrari al governo. C’è stata una forzatura istituzionale dei due presidenti di Camera e Senato, ieri, per far votare la fiducia prima in Senato, invece che alla Camera. Non a caso Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico sono espressione di due mondi che vogliono il ricorso immediato alle urne: i 5 Stelle anti-Draghi e il centro destra, ormai egemonizzato da Giorgia Meloni. Ma i cinque giorni che l’orologio del Quirinale ha messo fra le dimissioni di Mario Draghi e il voto di fiducia che inizia domani non sono passati in vano. È cresciuta nel Paese, ogni giorno più forte, la richiesta al governo di portare a compimento il suo programma. La parola chiave è quella lanciata, per primo, dal cardinal Zuppi a nome della Chiesa italiana: “responsabilità”.

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