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Il premier parla e bacchetta tutti. I 5 Stelle vengono raggiunti da Berlusconi e Salvini, che a loro volta raggiungono Meloni. La fiducia c’è ma è ristretta. Si vota in ottobre. La Gelmini esce da FI

C’è sempre una prima volta. Anche in Italia si può votare in autunno. E non solo per i referendum, come era capitato nel 1987. Il 25 settembre o il 2 ottobre si torna alle urne. Mario Draghi ha concluso la sua esperienza da presidente del Consiglio, dopo una drammatica giornata di dibattito in Senato. Stamattina andrà alla Camera dei deputati e poi salirà al Quirinale per le dimissioni. Sergio Mattarella deciderà come gestire il voto anticipato, se con un Draghi “per il disbrigo degli affari correnti” o in altro modo. Ma sono dettagli.

La giornata di ieri ha emesso verdetti chiari. Il primo è proprio sulla personalità del premier. Mario Draghi, grande banchiere e uomo di prestigio e con indubbi meriti almeno fino a Natale scorso, non ha voluto mai, in tutto questo tempo, imparare i fondamentali della vita politica. Lo si è capito molto bene nella vicenda del rinnovo al Quirinale. Il suo discorso di ieri mattina in Senato è stato più che altro un commiato, un bilancio orgoglioso di quanto fatto, una sfilza di calci negli stinchi ai senatori dei partiti che avevano il dubbio se votarlo o meno. Un prendere o lasciare. Ma la politica ha una sua logica ferrea, cui non si sfugge. Vince chi sa ascoltare, comprendere le ragioni degli altri e raggiungere un compromesso.

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