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Un centinaio di studentesse e studenti afghani dell’Università La Sapienza di Roma sono rimasti bloccati in Afghanistan. Una di loro, S. la cui identità è nascosta per motivi di sicurezza, scrive per Repubblica una lettera aperta.

«Ciao, sono una degli studenti della Sapienza rimasti bloccati a Kabul. Con l’arrivo dei terroristi talebani a Kabul, la nostra giornata luminosa è diventata pura oscurità. Non avevamo speranze per il futuro, con le mie amiche cercavamo una soluzione, ma l’unica che vedevamo era scappare dall’Afghanistan: ma dove? Iran o Pakistan erano le uniche opzioni ma fuggire in questi Paesi, per una donna, è più pericoloso che stare chiusa in casa a Kabul. Così sono rimasta con la mia famiglia a Kabul; il mio unico mio pensiero era il suicidio. Pensavo che la morte sarebbe stata meglio della vita sotto i talebani. Quando ho avuto l’opportunità di iscrivermi alla Sapienza, una scintilla ha bruciato l’oscurità dentro di me. Ho sperato nella vita e nel futuro, ho osato uscire di casa dopo giorni che non volevo più vedere il mondo di fuori e sono andata all’aeroporto. Mi sono trovata faccia a faccia con i talebani e ho passato il loro posto di blocco; sono stata picchiata da loro: mi hanno colpito alla schiena con un tubo ma ho resistito, mi sono trascinata vicino all’ingresso dell’aeroporto, ma è successo qualcosa che mi ha scosso l’anima. Un’esplosione. Si è fatto buio ovunque, sono scappati tutti. Mi sono trovata nella stessa situazione capitata alle mie amiche qualche tempo fa. Le vite di alcune delle mie migliori amiche sono state spezzate all’interno di una scuola dove si stavano preparando per l’esame di ammissione all’università. Sono scappata. Sono tornata a casa, ho pianto. Ma adesso sono pronta a rischiare ancora la mia vita nonostante la poca speranza che ho per il futuro: la speranza della libertà e di una vita umana».

Roberto Benigni ha parlato dei bambini gettati oltre il filo spinato all’aeroporto di Kabul. La cronaca della Stampa.

«Le immagini che vediamo dall’Afghanistan, della gente accalcata nel fango e poi delle mamme che gettano i bambini oltre il filo spinato, sono come veder gettare il proprio cuore, il nostro cuore è un profugo in questo mondo. Anche io ho il desiderio di gettare il mio cuore oltre il filo spinato, perché quelle immagini che vediamo riguardano me. Io sono loro, io sono quel bambino, loro sono tutte le facce del Cristo». Lo ha detto Roberto Benigni l’altra sera a Viareggio (Lucca) dove ha ricevuto il premio speciale Città di Viareggio. Benigni ha ripreso le parole della vincitrice della sezione narrativa Edith Bruck secondo la quale «viviamo in un mondo di profughi»: «Ha ragione e il mio cuore è profugo a vedere le immagini di madri che gettano i bambini oltre il filo spinato. Quelle sono tutte le facce di Cristo, non possiamo che aiutare quelle persone. Non c’è altro da fare». Il premio Oscar ha detto di aver raccontato «la Shoah con ironia perché quella era finzione mediata dall’arte, l’arte cambia sempre il soggetto che racconta. Mentre invece oggi le immagini dall’Afghanistan sono ora tragica realtà, è fiamma che brucia, che non può essere ancora trattata con ironia».