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Dopo l’intervista al Corriere del procuratore capo di Milano Greco e la conseguente querela di Davigo annunciata dal Fatto, oggi nuova tessera del mosaico nel caso loggia Ungheria-Storari-Csm. Giuliano Foschini illustra la posizione della segretaria di Piercamillo Davigo in un articolo per Repubblica.

«I verbali che avrebbero potuto fare crollare un pezzo di Paese, perché contenevano i nomi e i cognomi degli affiliati alla fantomatica loggia Ungheria di cui l’avvocato Piero Amara aveva parlato alla procura di Milano, erano custoditi in un cassetto nella stanza dell’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo. «In uno scaffale in basso, non sotto chiave ». E, qui verbali, non erano un mistero per nessuno: «Sapevo infatti che Davigo ne parlava con altre persone all’interno del Csm». Sono due dei passaggi fondamentali degli atti che la procura di Roma ha depositato con la chiusura delle indagini nei confronti di Marcella Contrafatto, l’ex segretaria di Davigo al Csm indagata per calunnia. E accusata di aver volantinato quei verbali, che avrebbero invece dovuto restare segreti, nelle redazioni dei giornali. Leggendo gli atti di indagine dell’inchiesta della pm Rosalia Affinito, portata avanti dagli uomini del Gico e della Polizia tributaria di Roma, vengono fuori alcuni elementi importanti. Il primo: il movente. Secondo la Procura, Contrafatto avrebbe inviato i verbali prima per evitare che Davigo decadesse dal Csm, per via della pensione. E poi per punire in qualche modo il Consiglio. Lo spiega Giulia Befera, l’altra segretaria di Davigo, che al consiglio era entrata proprio grazie a una “raccomandazione” della Contrafatto. «Marcella – mette a verbale – è un’amica di mia madre. Fu lei a presentarmi al consigliere Davigo. Mentre Ludovica, la figlia della Contrafatto, è entrata al consiglio qualche mese dopo di me. Come assistente del consigliere Marra». «Davigo – spiega Befera – mi disse nel maggio del 2020 che aveva deciso di rompere i rapporti con il consigliere Ardita perché gli era stato consegnato un verbale con il suo nome associato a una loggia. Davigo mi parlò di un certo immobilismo della procura di Milano (…) Mi disse che ne aveva parlato con il vice presidente del Csm e so che la Contrafatto ne era a conoscenza ». «Lei mi disse – continua – che erano in uno scaffale in basso, nella stanza di Davigo. Non sotto chiave. Sapevo che il consigliere ne stava parlando anche con altre persone all’interno del Csm». Il caso scoppia quando Davigo rischia di lasciare il Consiglio. «Prima della dichiarazione nell’ottobre del 2020 – continua la Befera – io e la Contrafatto ne cominciammo a parlare. Fino a due settimane prima la percezione era che Davigo fosse confermato. Qualche giorno prima del plenum, ci disse che non lo sarebbe stato ». È a quel punto che Contrafatto, all’insaputa di Davigo emerge dalle indagini, decide di usare quei verbali. «Facciamo scoppiare la bomba» scrive nei messaggi con la Befera. L’idea è mandare i verbali via mail ad alcuni giornalisti. «Ma prima di lunedì, martedì (ndr, quando Davigo sarebbe andato in pensione) dopo non ce ne facciamo niente» scrivono. La ragazza si preoccupa. «Guarda che alla fine andiamo carcerate noi» le scrive. «La mia percezione è che Marcella stesse esagerando» dice ai pm Befera. Le due donne ipotizzavano ricatti: «Facesse il pericoloso fuori: “Se sto fuori racconto tutto”, che ci vuole?». Ma loro stesse dicevano che Davigo non lo avrebbe mai fatto. «Non voleva che certe notizie uscissero: dava sempre l’impressione di confidare nell’andamento della giustizia » ha detto ai pm Befera. «Stefano (ndr, un dipendente del ministero) dice che potrebbero ammazzarlo. Ha avuto paura, non dirà niente» scriveva nei whatsapp Contrafatto. Le due donne ragionano così di fare da sole. E portare i verbali al Fatto Quotidiano , cercando un contatto diretto con il direttore, Marco Travaglio. Antonio Massari, giornalista del Fatto, appena riceva però il plico corre a denunciare la cosa alla procura di Milano. E lo stesso fa Liana Milella di Repubblica , alla quale saranno recapitati parte di quei verbali poco dopo. Il piano di Contrafatto così non si realizza. Davigo va in pensione e lascia il Csm. E la bomba scoppia soltanto quando i giornalisti (e il consigliere Di Matteo che pure aveva ricevuto il plico) denunciano. Ma la vittima della deflagrazione è proprio lei. Per questo la cancelliera cerca di allontanare i sospetti: «Mi disse – dice ancora Befera – che non era stata lei a inviare i verbali e che avevano voluta incastrarla all’interno del Csm». Negli atti sono raccontate altre tre storie: l’amicizia della donna con Fabrizio Centofanti, almeno fino al 2015, sempre smentita da Contrafatto. La presenza a casa sua di altri atti di indagine della procura di Milano. E un aiuto a un giudice napoletano, a cui avrebbe confidato l’esistenza di un procedimento a suo carico: per questo la donna è indagata per favoreggiamento e rivelazione di segreto in un altro procedimento. L’avvocato di Contrafatto, Alessia Angelini, continua a sostenere l’assoluta innocenza della donna».

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