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Alla fine la strategia del muro contro muro voluta dal Pd di Enrico Letta ha provocato una conseguenza inevitabile: rinviare l’approvazione di una legge contro l’omotransfobia. Angelo Picariello per Avvenire.

«Si chiude con un nulla di fatto, e una mezza rissa in conferenza dei capigruppo al Senato, la discussione sul ddl Zan. C’era da decidere che fare, dopo la risicata bocciatura delle pregiudiziali di costituzionalità e delle richieste di sospensiva. Nella discussione hanno pesato i tempi stretti in vista della chiusura per ferie, ma soprattutto, proprio i numeri a rischio. Infatti se le pregiudiziali non erano passate per soli 12 voti, la richiesta di sospensiva era stata bocciata il giorno dopo per appena un voto, in presenza peraltro di decisive assenze nei gruppi di Lega e Forza Italia. Il muro contro muro ha prodotto, paradossalmente, l’unanimità per il rinvio della discussione a settembre. Prendendo la parola per ultimo, il capogruppo di Italia viva Davide Faraone aveva provato ad avanzare la proposta di aggiornare a oggi la riunione dei capigruppo, per cercare una mediazione nella maggioranza onde arrivare all’approvazione del provvedimento – emendato negli aspetti più ideologici contestati ad Lega e Forza Italia – con un’amplissima maggioranza e in velocità, per pas- sare all’approvazione dei decreti in scadenza. Non la prendeva bene il fronte Pd-M5s-Leu, arroccato sulla linea del ddl Zan da approvare così come votato dalla Camera (per renderlo immediatamente operativo). In particolare si alzavano i toni e i decibel con la capogruppo del Pd Simona Malpezzi, che accusava Faraone di aver fatto saltare tutto, considerando provocatoria la sua proposta. Al contrario il capogruppo di Italia viva rivendica di esser rimasto l’unico ad aver indicato una via d’uscita per salvare il provvedimento: «Da oggi i diritti sono ufficialmente in vacanza. Pd e M5s che per settimane non hanno parlato di altro hanno preferito il buen retiroestivo », accusa Faraone. «L’unica cosa che non va in vacanza è l’inaffidabilità di Italia viva. Se non avesse cambiato idea sul sostegno già espresso alla Camera, cercando impossibili e surreali mediazioni e presentando emendamenti che demoliscono il testo, le cose sarebbero andate molto diversamente», replica a brutto muso Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd. Mentre i tre capigruppo Malpezzi (Pd), Santangelo (M5s) e De Petris (Leu) sottolineano che il calendario «è passato all’unanimità», e che «non c’è stata nessuna richiesta di inserimento in calendario da parte di Italia viva del ddl Zan». In realtà la proposta di Faraone, come detto, era quella di arrivare in Aula non prima di una intesa che avesse messo il testo in condizione di esser approvato velocemente e con il consenso di tutta la maggioranza di governo, ma questo tavolo di mediazione non è mai stato accettato dalle parti in causa. L’impressione è che, alla vigilia di una campagna elettorale amministrativa molto importante, tutti abbiano preferito arroccarsi sulle loro posizioni senza mostrare arretramenti. A questo punto è complicato formulare previsioni sul prosieguo della discussione e sul destino finale del ddl Zan davvero appeso a un filo, a un voto. Nel Pd, in particolare, sotto traccia, cresce il malumore per un provvedimento appesantito di troppe criticità con norme ideologiche e divisive. Ma l’apertura di una trattativa per togliere gli aspetti più controversi è una prospettiva ancora lontana. Tanto più che nella Lega ci sono ampi settori che, per ragioni opposte, di trattare sulla legge Zan non hanno alcuna intenzione».