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Andiamo per ordine. Che cosa intendeva dire davvero il Vaticano, con il passo diplomatico fra Stati? Chiedere modifiche ad una legge ancora in discussione dovrebbe essere compito della politica e in Italia ci sono i Vescovi. La Cei nel passato ha espresso due interventi sulla legge, l’ultimo il 28 aprile, in cui, appoggiando l’approvazione finale, chiedeva una discussione nel merito. Senza successo. Gianni Cardinale su Avvenire fa interpretare la mossa del Vaticano dal giurista ed ex Presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli.

«La Santa Sede interviene sulla proposta legislativa del disegno di legge contro l’omotransfobia, attualmente all’esame della commissione Giustizia del Senato. Non si tratta di un’ingerenza politica o di una richiesta di privilegi, impensabili oggi più che mai, ma di un passo intrapreso dalla diplomazia d’Oltretevere perché ritiene che alcune norme previste nel cosiddetto disegno di legge Zan «riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica » in tema di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale, ovvero quelle libertà sancite dall’articolo 2, ai commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato del 1984. L’intervento vaticano è avvenuto attraverso una ‘nota verbale’ della Segreteria di Stato consegnata il 17 giugno scorso all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani. La notizia, rivelata al Corriere della Sera presumibilmente da fonti italiane, è stata confermata dalla Santa Sede con una breve nota sull’Osservatore Romano e con una intervista sull’argomento rilasciata al portale VaticanNews dal costituzionalista Cesare Mirabelli, già presidente della Consulta e ora consigliere generale dello Stato della Città del Vaticano. La ‘nota verbale’ è un passo diplomatico piuttosto raro che di solito viene compiuto solo dopo che colloqui e/o lettere informali non hanno sortito il risultato sperato. Nel documento consegnato dal Vaticano giovedì scorso si rileva in particolare come il ddl Zan rischi di interferire, fra l’altro, con il diritto dei cattolici e delle loro associazioni e organizzazioni alla «piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», come previsto dal comma 3 del citato articolo 2 dell’accordo di revisione del Concordato. Per L’Osservatore Romano, con la nota verbale «si auspica una diversa modulazione del disegno di legge». Nell’intervista al portale VaticanNews Mirabelli spiega che l’accordo di revisione del Concordato «garantisce alla Chiesa dei diritti che già la Costituzione afferma e, sotto questo aspetto, è un rafforzamento dei diritti costituzionali». In particolare garantisce «la libertà di educare, la libertà di esercitare il magistero e per i cattolici, ma evidentemente per tutti, la libertà di manifestazione del pensiero, di parola, di scritto ed esprimere il proprio il pensiero con ogni altro mezzo, e poi la libertà delle scuole». Aspetti che il ddl Zan «per qualche profilo mette a rischio». Mirabelli sottolinea «le garanzie della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti». E sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede «è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi». Per Mirabelli infine la nota della Santa Sede «non vuole essere una limitazione alla garanzia per persone deboli, la dignità della persona è dignità di tutti, quale che sia la loro condizione». Non è una nota «in conflitto con lo Stato, ma una segnalazione anticipata di un rischio che si corre se le norme sono configurate per questi aspetti che sono segnalati».

In un retroscena Franca Giansoldati sul Messaggero offre un’interpretazione “dietro le quinte”.

«Di fronte all’accelerazione di Pd e M5S sulla legge contro l’omotransfobia, in questi mesi si sono mobilitati prima i giuristi cattolici, poi una settantina di associazioni laicali, poi alcuni vescovi in ordine sparso denunciando le «derive liberticide» di una «legge ideologica» che avrebbe potuto colpire la libertà di espressione dei cattolici. Il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti nel frattempo rassicurava che la legge non andava affossata, semmai solo corretta delle «evidenti vistose lacune». Nel frattempo, dietro le quinte, agiva il cardinale Pietro Parolin. Visto che finora è risultato tutto inutile e i tempi parlamentari stringevano, il 17 giugno Papa Francesco ha benedetto la nota verbale consegnata dal suo ministro degli esteri, l’arcivescovo Gallagher al governo italiano. In ballo c’è l’articolo 2 (commi 1 e 3) del Concordato. La posta in gioco è altissima per la Chiesa visto che «ridurrebbe la libertà garantita» dagli accordi bilaterali del 1984 in tema di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale. L’intervento diplomatico punta ad aprire un dialogo per una variazione del ddl. Se le cose restassero così anche per un parroco potrebbe essere sufficiente una predica con una citazione tratta dal Catechismo per finire nei guai. Gli atti di omosessualità per il Magistero «sono intrinsecamente disordinati», «contrari alla legge naturale che precludono all’atto sessuale il dono della vita» e «non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

Che cosa farà adesso Draghi? Il Corriere della Sera che ieri aveva dato la notizia in anteprima, cerca di mantenere la priorità acquisita e offre un retroscena di Sarzanini e Verderami, citando la Nota Verbale redatta oltretevere. Peraltro da stamattina a conoscenza di tutti i vaticanisti, nel suo testo integrale.

«La segreteria di Stato vaticana «auspica che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi». Eccolo il passaggio chiave della nota verbale consegnata dal cardinale Paul Richard Gallagher il 17 giugno e subito tramessa dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani al ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi e al Quirinale. Ecco la frase che impegna il governo – la «parte italiana» – a trattare. La comunicazione è giunta per via diplomatica, ma non c’è dubbio che il premier fosse già stato informalmente messo a parte dalla Santa Sede del disagio per la possibile approvazione della legge, se è vero – come sottolinea un ministro – che «le note verbali sono elementi abituali, sempre frutto di precedenti incontri». Numerose fonti di governo lo confermano, spiegando come sia «impensabile che il Vaticano abbia formalizzato una posizione così netta senza alcuna avvisaglia precedente. Il tema viene valutato con grande attenzione». E già oggi in Parlamento Mario Draghi dirà che «dovranno essere valutati gli aspetti segnalati da uno Stato con cui abbiamo rapporti diplomatici». Un modo per rispondere alle sollecitazioni vaticane in attesa di trovare – grazie anche al lavoro degli esperti – una soluzione che non appare facile. Il disegno di legge Zan è infatti già stato approvato dalla Camera e l’esecutivo dovrà scegliere la strada per inserirsi nel percorso parlamentare senza «interferire». Secondo la Santa Sede «alcuni contenuti della proposta legislativa avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli». La norma contestata riguarda la mancata esenzione delle scuole cattoliche dalle attività previste nella Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia. In particolare si stigmatizza «il riferimento alla criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso». Nella nota verbale c’è un passaggio in cui si sottolinea che «ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Proprio sulla base di questa considerazione si sollecita la revisione del ddl Zan. Da qui si dovrà adesso ripartire per sbrogliare la matassa di una legge che aveva già evidenziato profonde divisioni tra i partiti della maggioranza. Una moral suasion da portare avanti con estrema cautela, ma anche con la determinazione di non mettere in discussione gli accordi tra l’Italia e lo Stato Vaticano. La reazione del premier Draghi nel corso della conferenza stampa convocata dopo l’incontro con la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, a chi gli chiedeva che cosa farà il governo, dimostra quanto spinosa sia la questione. «È una domanda importante», ha sottolineato evidenziando la necessità di «rispondere in maniera strutturata». E così confermando l’esigenza di garantire i rapporti con la Santa Sede, di salvaguardare l’indipendenza del Parlamento ma anche di accompagnare l’approvazione di norme che proteggano le libertà. Per questo viene letto come un segnale importante la scelta del ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola di firmare – insieme ad altri 13 Stati membri dell’Unione – una «richiesta di chiarimenti» avanzata nei riguardi dell’Ungheria su alcune leggi approvate in quel Paese che «producono discriminazioni in base all’orientamento sessuale». E finora «non sono arrivati chiarimenti soddisfacenti». Intervenendo oggi in Parlamento, Draghi fornirà chiarimenti lasciando probabilmente intendere che la soluzione non è comunque imminente. Servirà una riflessione approfondita, e il tempo verrà usato per far decantare il clamore. Magari consentendo ai gruppi della larga maggioranza di lavorare a un compromesso su un testo che è diventato terreno di scontro politico. E che peraltro non avrebbe i numeri per essere definitivamente approvato. Si vedrà se la mossa del Vaticano spingerà i partiti verso un accordo.».

Che cosa farà il Pd? Letta parla di modifiche possibili senza stravolgere l’impianto della legge. La cronaca di Carlo Lania sul Manifesto riporta gli umori interni ai Dem.

«L’iniziativa vaticana, giudicata da alcuni come un’ingerenza negli affari interni dell’Italia, ha intanto avuto l’effetto di riaccendere nel Pd le divisioni già esistenti sulla legge. Che le osservazioni fatte Oltretevere abbiano lasciato il segno lo si capisce fin dal mattino, quando Enrico Letta, parlando alla radio, pronuncia parole che vengono lette come un’apertura alla possibilità di modificare il ddl. «Noi siamo sempre stati favorevoli a norme forti contro l’omotransfobia e siamo sempre aperti al confronto», dice il segretario. «Guarderemo con il massimo spirito di apertura ai nodi giuridici, pur mantenendo da parte nostra il favore sull’impianto». Poi il segretario telefona al ministro degli Esteri Di Maio per avere maggiori delucidazioni sulla nota vaticana, ma intanto il cambio di atteggiamento non è passato inosservato. Tradotte, le parole di Letta potrebbero significare il via libera a un tavolo politico chiesto più volte dalla Lega e da Italia viva per aprire un confronto interno alla maggioranza sulla legge allo scopo di arrivare a un testo condiviso da tutti. Proposta che significherebbe anche accettare l’idea di un ritorno del ddl alla Camera, ipotesi sempre respinta oltre che da LeU, M5S e Autonomie, da sempre favorevoli alla ddl Zan, anche dal Pd. Basti ricordare che non più tardi di due mesi fa, nel corso di assemblea virtuale con i senatori dem convocata proprio per discutere del ddl contro l’omofobia, Letta aveva pregato quanto nutrivano ancora dei dubbi a non esitare più e a votare la legge, definita una «norma di civiltà». La nuova presa di posizione spinge ora il partito a uscire allo scoperto. «Il ddl Zan è una proposta di legge equilibrata che tutela la vita delle persone. E quando si tutela la vita delle persone si migliora un Paese intero. Il servizio Studi del Senato ha confermato ce il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, tanto meno quella religiosa», si legge in una nota scritta Marco Furlan, Maria Pia Pizzolante e Nicola Oddati della direzione nazionale del partito. Va giù duro anche il dem Alessandro Zan, che al testo contro l’omofobia ha dato il suo nome e che è stato il relatore della legge alla Camera, dove è stata approvata il 4 novembre 2020: «Tutte le critiche sono legittime – dice il deputato – ma è grave quando uno Stato estero contesta una legge che non è in vigore ma che è in iter».

Che cosa c’entra il Concordato? Gennaro Acquaviva, a lungo collaboratore di Bettino Craxi e importante dirigente del Partito socialista è stato uno dei politici che da parte italiana si sono occupati negli anni Ottanta della revisione del Concordato. Lo ha interpellato il Corriere della Sera.

«Penso che la Santa Sede abbia le sue ragioni: dal suo punto di vista la libertà e l’autonomia della scuola cattolica vengono messe a rischio se è obbligata a fare qualcosa che va contro la propria coscienza, i propri principi. Ma andava evitato il ricorso ai canali diplomatici. Il Concordato rivisto nel 1984 si basa su un principio nuovissimo, nei rapporti tra Stato e Chiesa. La collaborazione. Nell’intesa rinnovata, raggiunta con Bettino Craxi presidente del Consiglio, Italia e Vaticano si riconoscevano l’un l’altro come cofondatori dello Stato moderno italiano e sottoscrivevano una collaborazione positiva per la crescita del Paese che chiudeva ben altre stagioni. Col principio di collaborazione sarebbe stato meglio sedersi intorno a un tavolo, discutere il testo del ddl Zan ed evitare un confronto formale».

Il Fatto ha ascoltato un altro storico protagonista della revisione del Concordato, Francesco Margiotta Broglio:

«”Se la Chiesa vuole opporsi al ddl Zan lo può fare sul piano politico, non certo appellandosi al Concordato”. A dirlo è il professor Francesco Margiotta Broglio, tra i massimi esperti dei rapporti tra Stato e Chiesa e presidente di quella Commissione governativa che negli anni 80 portò alla revisione dei Patti Lateranensi. Professor Margiotta Broglio, perché la Chiesa non può rifarsi al Concordato? «Il diritto è una scienza esatta, non è questione di opinioni. E il Concordato non prevede assolutamente nulla che possa essere invocato per bloccare un disegno di legge come il ddl Zan. La Chiesa può portare avanti una legittima battaglia politica attraverso la sua influenza su deputati e senatori, ma il Concordato regola i rapporti con lo Stato, non c’entra niente. Faranno testo solo le maggioranze parlamentari». Le argomentazioni della Chiesa sono infondate? «Non dico questo, perché in effetti alle scuole private cosiddette di tendenza, come quelle cattoliche, nessuno può imporre una giornata festiva, che sia per celebrare il contrasto all’omofobia o per altro. Ma non c’è bisogno di scomodare il Concordato, se la legge fosse approvata così com’ è sarebbero le scuole a dover rivendicare la propria libertà di scelta e in quel caso la legge potrebbe finire alla Consulta». (…) Cosa può succedere adesso? «Il Concordato prevede che in caso di divergenze interpretative si convochi una commissione paritetica tra tecnici del Vaticano e dello Stato italiano. Ma non credo ci si arriverà mai, il problema è tutto politico e si risolverà in Parlamento, con la Chiesa che tenterà di modificare il ddl attraverso i lavori parlamentari». Esiste anche la strada di un ricorso giuridico da parte della Chiesa? «Bisognerebbe trovare un giudice abbastanza matto da accettarlo. Crede che il Concordato debba essere rivisto? «Negli anni 80 riuscimmo a rivedere i Patti lateranensi sulla spinta dei referendum sul divorzio e sull’aborto. Rispetto all’accordo del 1929, il nostro testo è già molto snellito. Mi sembra che la società sia sempre più scristianizzata: c’è un rapporto dell’Istituto Pew secondo cui nel 2050 il cattolicesimo sarà presente quasi solo in Africa e in America Latina. In Europa ci si battezza e ci si sposa sempre di meno. Questo per dire che già oggi il Concordato serve a poco, visti i cambiamenti della società. Ma, come ho detto, per arrivare alla firma fu comunque necessaria una forte spinta dell’opinione pubblica dopo i risultati dei referendum. E oggi un Marco Pannella, che allora fu decisivo per quel cambiamento, non c’è».