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Mario Draghi in Parlamento ieri doveva parlare del Consiglio europeo, dell’economia e anche della pandemia. L’ha fatto ma il tema dello scontro col Vaticano ha messo in secondo piano gli altri temi. Con un’eccezione: le varianti del virus che possono condizionare la nostra estate. Giuseppe Alberto Falci per il Corriere:

«Sebbene in forte miglioramento, l’evolversi della pandemia deve essere monitorata con attenzione». A preoccupare il presidente del Consiglio è «l’emergere e il diffondersi di nuove e pericolose varianti», perché queste ultime «possono rallentare il programma di riaperture e frenare consumi e investimenti». Da qui il premier invia un messaggio che rivolge sì al Parlamento ma soprattutto all’esterno, ai cittadini, in vista della stagione estiva: «Non è un liberi tutti, l’anno scorso abbiamo avuto una lezione. Ora dobbiamo imparare a essere pronti con infrastrutture, logistica, trasporti locali e individuare i focolai. La continuazione della cooperazione con le Regioni è importante». Ed è altresì importante, continua Draghi, concentrarsi sulla ripresa economica. È vero, afferma il premier, «la situazione economica italiana ed europea è in forte miglioramento». Non a caso, Draghi segnala alcune proiezioni della Commissione europea che fotografano una crescita dell’Italia nel 2022 e nel 2023 del 4,2% e del 4,4%. «Il nostro obiettivo è superare in maniera duratura e sostenibile i tassi di crescita anemici che l’Italia registrava prima della pandemia». Dopodiché «dobbiamo assicurarci che la domanda aggregata sia in grado di soddisfare questi livelli di offerta». Infine, occorre raggiungere tassi di crescita notevolmente più alti di quelli degli ultimi decenni, così da «ridurre il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, che è aumentato di molto durante la pandemia». Il premier, infine, ricorda l’aumenta della povertà. «Bisogna affrontare questo problema», taglia corto. In un quadro economico che sembra prefigurarsi positivo, restano alcuni rischi. Primo: l’inflazione. «Dobbiamo mantenere alta l’attenzione affinché le aspettative di inflazione restino ancorate al target di medio termine». Secondo: il debito pubblico. «È importante che tutti i governi si impegnino a tornare a una politica di bilancio prudente». Il tutto senza dimenticare il quadro epidemiologico, che continua a migliorare. Ieri si sono registrati 951 casi di Covid. Il tasso di positività è pari allo 0,5% (martedì 0,4%) con 198.031 tamponi. 30 i decessi e solo 4 ingressi in terapia intensiva: il numero più basso da quando viene fornito questo dato. Ed è in questo contesto che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia segnala un aspetto: non solo «la variante delta è più trasmissibile di altre varianti» ma «entro la fine di agosto rappresenterà il 90% di tutti i virus Sars-CoV-2 in circolazione nella Ue».

Federico Fubini, sempre sulle colonne del Corriere della Sera, intervista Nicola Magrini dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco:

«In Italia, grazie alle doppie dosi di vaccino, siamo più protetti. Però fatichiamo molto a capire quanto sia diffusa la variante Delta e il motivo è semplice: «Facciamo pochi screening – dice Magrini -. Rispetto al Regno Unito ne facciamo dieci, forse venti volte di meno. La nostra capacità di tracciare su scala nazionale è limitata e probabilmente al di sotto dello standard per poter mappare con precisione. Certo abbiamo visto salire questa variante da un 1% o 2%, fino in doppia cifra». Diventerà la forma dominante di Covid dominante, come nel Regno Unito? «Nei prossimi mesi probabilmente sì, così come per l’Europa tutta. Ma ci sentiamo più protetti dei britannici, perché molti in Italia hanno già preso due dosi». La variante Delta probabilmente viene dall’India e ci ricorda che nessun Paese è al sicuro, finché tutti non sono al sicuro. L’Italia e l’Europa hanno un surplus di vaccini già ordinati: dovremmo donarli al Sud del mondo? «In Europa e in Italia abbiamo più del doppio del nostro stretto fabbisogno e con i nuovi ordini europei, altri 1,8 miliardi di dosi Pfizer (oltre 250 milioni per l’Italia), arriviamo a oltre tre volte. Non è stato un errore. È stato il modo più giusto di affrontare l’emergenza, quando non si conosceva l’efficacia dei diversi vaccini. Ora la situazione è diversa e Mario Draghi ha già detto che doneremo 15 milioni di dosi». Non è un po’ poco? «No, perché non è tutto. Il G7 si è impegnato a donare un miliardo di dosi, dunque 500 milioni da parte dell’Europa e 60 o 70 milioni da parte dell’Italia. Verosimilmente avverrà nelle prossime settimane. Certo, dobbiamo sapere che per offrire una copertura al Sud del mondo servono almeno quattro-sei miliardi di dosi». Visti i ritmi di produzione dei vaccini, per avere sei miliardi di dosi e limitare l’insorgenza di pericolose varianti nei Paesi in via di sviluppo, dovremo aspettare il 2022 o il 2023? «Probabilmente sì. Ma il 2022 è vicino e vedremo per gli anni successivi. Fare previsioni a due o tre anni è difficile e l’impegno profuso è senza precedenti. C’è stata una prima accelerazione di capacità produttiva e altri vaccini stanno arrivando: Novavax e lo stesso Curevac nella nuova versione, molto più efficace rispetto ai primi risultati pubblicati. Per l’Hiv è servita una decina di anni per fornire farmaci a tutti i Paesi più bisognosi. Questa volta ci metteremo meno: due o tre anni; ci sono segnali di accelerazione e maggiore impegno dei governi».