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Il documento finale della riunione dei ministri della Salute del G20 è deludente. Ci sono obiettivi di principio, che rischiano di restare lettera morta. Michele Bocci per Repubblica.

«Vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro la fine di quest’anno. È uno degli obbiettivi del “Patto di Roma”, il documento conclusivo, limato in ore di riunioni e pre-riunioni, del G20 della Salute che si è svolto ai Musei capitolini. Per raggiungere l’obiettivo bisogna fare circa un miliardo di somministrazioni in quattro mesi, visto che oggi hanno completato la vaccinazione circa il 27% degli abitanti della Terra. «Vogliamo dare questo messaggio: nessuno deve restare indietro. I Paesi più forti devono aiutare i più fragili, e devono farlo subito », ha spiegato il ministro alla Salute Roberto Speranza. La strada scelta per allargare la vaccinazione non è però quella della sospensione dei brevetti, ipotesi portata avanti da tanti esperti e sposata anche da alcuni Stati, contro la quale si è schierata tra gli altri la Germania. Ma visto che le iniziative come Covax, che prevedono la donazione dei vaccini da parte dei Paesi ricchi a quelli poveri, potrebbero non bastare, si punta anche sulla capacità produttiva di alcuni Stati, come India e Sudafrica. A loro potrebbero essere trasmesse le conoscenze per fare il vaccino anti Covid (il cosiddetto trasferimento tecnologico) ma senza cedere gratuitamente il brevetto. «Non basta trasferire dosi, dobbiamo spostare la produzione, condividendo metodologie e processi di fabbricazione», spiega sempre Speranza. Non sono soddisfatte dei risultati le associazioni Oxfam ed Emergency: «In termini di accesso globale ai vaccini, nessun passo decisivo e concreto è stato fatto. Il documento adottato oggi, al netto di importanti dichiarazioni di principio, per altro condivisibili, sui vaccini come bene pubblico globale, non offre risposte concrete alla sfida più drammatica e urgente posta dalla pandemia. Abbiamo bisogno adesso di soluzioni, di un vaccino per tutti ovunque, non di un vaccino per pochi a difesa degli interessi di alcuni». Speranza ha spiegato che «all’ultimo G20 non era stato firmato un documento conclusivo, come è invece successo qui a Roma. Il nostro lavoro non finisce qui, comunque. Ci sarà una riunione con i ministri delle Finanze, per cercare risorse e portano i vaccini nei Paesi più in difficoltà». In questi mesi di pandemia si è capito che bisogna essere in grado di prevenire e rispondere rapidamente a eventuali nuove emergenze. Per questo nel patto si annuncia che ci si impegnerà per «abbreviare il ciclo di sviluppo di vaccini, terapie e test sicuri ed efficaci da 300 a 100 giorni». Riguardo alle terze dosi, il ministro ha ribadito che già questo mese l’Italia inizierà a farle a chi ha il sistema immunitario più debole, come trapiantati o pazienti oncologici. «Dopo – prosegue Speranza – continueremo ad analizzare i dati e con tutta probabilità proseguiremo la campagna della terza dose, tenendo come bussola la fragilità, quindi passeremo agli ultraottantenni». E proprio ieri l’agenzia del farmaco europea, Ema, ha iniziato la valutazione della domanda di Pfizer sulla possibilità di somministrare la terza dose di richiamo sei mesi dopo la seconda».

“Il Patto di Roma non basta”, scrive Alessia Guerrieri su Avvenire.

«L’impegno, approvato all’unanimità, è quello di portare i vaccini in ogni angolo del mondo, soprattutto nei Paesi più fragili. Ma solo nella quota del 5 per cento. Il che è ancora una soglia troppo bassa, nonostante i ripetuti appelli del Papa per non lasciare indietro nessuno, specie i più svantaggiati, nella campagna di vaccinazione globale. Si conclude con un risultato a metà il G20 dei Ministri della Salute. I ‘grandi’ della Terra aiuteranno sì con donazioni di dosi e trasferimento produttivo a ‘immunizzare’ i territori più poveri, ma senza lo sperato salto di qualità anche e soprattutto nei numeri. Tanto che Oxfam Italia, Emergency e Civil 20 non nascondono la propria delusione: «Nessun passo avanti concreto, rimangono le diseguaglianze». Il G20 sigla il Patto di Roma, che si allinea all’obiettivo dell’Oms di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021. Ma leggendo i 33 punti della dichiarazione finale c’è solo la conferma degli impegni Covax/Gavi di assicurare 1,8 miliardi di dosi necessarie a coprire quasi il 30% della popolazione delle economie che soddisfano i requisiti Amc (Advanced Market Commitment) e di lavorare per una maggiore condivisione di sieri, sostenendo l’istituzione di Covax humanitarian Buffer. Tuttavia, resta quella soglia minimale del 5% delle dosi per questo scopo. Un accordo all’unanimità «né facile e né scontato», ha tuttavia ammesso il responsabile del dicastero di Lungotevere a Ripa Roberto Speranza alla fine della due-giorni di summit ai Musei capitolini. Insomma, è stata messa nero su bianco la volontà del G20 di «camminare insieme per vincere ora la sfida del Coronavirus e quelle che avremo davanti», a partire dal rilancio dei sistemi sanitari nazionali e dell’impianto universalistico».