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E il nostro Governo? La cronaca di Alessandro Barbera su La Stampa.

«Una voce degli apparati italiani risponde rassegnata: «L’escalation del conflitto in Afghanistan è già sotto i nostri occhi». Alle 21, poche ore dopo l’informativa in Consiglio dei ministri di Luigi di Maio e Lorenzo Guerini, la situazione era già peggio di quel che sembrasse. Si rincorrono le notizie su un terzo attentato, secondo fonti locali le esplosioni attorno a Kabul sarebbero state di più. L’incertezza sui fatti è solo la conferma di una situazione fuori controllo, di un campo che nemmeno il nemico talebano è in grado di controllare. Ai colleghi Di Maio dice che oggi partirà l’ultimo ponte aereo gestito dai militari italiani, poi si vedrà. (…) A sera tarda Draghi in una nota condanna «l’orrendo, vile attacco contro persone inermi che cercano la libertà» e ringrazia «gli italiani che si stanno prodigando nello sforzo umanitario». Ai colleghi in Consiglio difende quanto fatto fin qui, la decisione di concentrare le energie sui ponti aerei umanitari, il pragmatismo scelto sul piano diplomatico. Renato Brunetta, il ministro anziano, si dice d’accordo a nome di tutti. Di Maio espone un piano in cinque punti: la prosecuzione delle evacuazioni, iniziative umanitarie e a sostegno dei diritti, l’accoglienza nelle scuole di giovani afghani e infine l’agenda diplomatica. Il premier – suo malgrado e con il sostegno dei colleghi europei – ha deciso di forzare Washington a dare credito alla sua iniziativa in sede G20. Stamattina incontrerà di persona il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, subito dopo dovrebbe avere una telefonata con il cinese Xi Jinping. I russi sono favorevoli alla riunione, perché interessati a normalizzare i rapporti con l’Unione e preoccupati da una nuova ondata di terrorismo internazionale. Se c’è una cosa che negli anni ha creato problemi a Putin con la sua opinione pubblica sono gli attentati dei gruppi islamici. I cinesi sono invece più diffidenti. Hanno meno da temere dall’estremismo e sono interessati ad aiutare i taleban nel tentativo di riprendere il controllo del Paese. Il problema ora rischia di essere Biden: più aumenta la pressione dell’opinione pubblica interna, più il presidente è spinto a ignorare le proposte della comunità internazionale».

Giovanna Faggionato sul Domani scrive a proposito della visita odierna del ministro degli Esteri russo a Roma.

« Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, è arrivato in Italia ieri nel pomeriggio, nelle stesse ore in cui i dintorni dell’aeroporto di Kabul si trasformavano nello scenario di una carneficina. Oggi alle dieci e trenta incontrerà il presidente del consiglio Mario Draghi e poco più tardi vedrà il suo omologo, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. La visita di Lavrov in Italia è fondamentale per il presidente del consiglio italiano, che si è posto l’obiettivo di utilizzare la presidenza del G20 per creare un consenso allargato sull’approccio da tenere nei confronti del nuovo regime talebano in Afghanistan. Allargato, si intende, oltre il perimetro del G7 e di una Nato oggi più sfilacciata che mai. Nel comunicato ufficiale della Federazione russa l’Afghanistan non è nominato, ma c’è un chiaro riferimento alla cooperazione nella lotta al terrorismo internazionale. La Russia ha tutto l’interesse al dialogo coi Paesi occidentali su questo dossier per almeno due motivi, dice Giampiero Massolo, già direttore del Dis e oggi presidente di Ispi, uno dei principali think tank italiani di politica internazionale. La prima e quasi ovvia ragione è che Mosca ha bisogno di avere un Afghanistan stabile ai suoi confini e non può permettersi la nascita di quello che già molti temono diventi un santuario del terrorismo. La seconda ragione è che Mosca non ha oggi le capacità di muoversi autonomamente su una crisi come questa, difficile da gestire per tutti. In Siria e in diverse aree dell’Africa subsahariana Putin ha riempito in maniera molto abile i vuoti lasciati dai paesi occidentali, ma la stagione è cambiata e l’emergenza è differente. «Mosca è in questo momento overstretched, troppo tesa: ha casse vuote per interventi unilaterali, con il calo dei prezzi del petrolio, e una situazione già tesa in Ucraina: in questo momento non sarebbe in grado di prendere iniziative indipendenti». È anche una Russia che, nonostante il legame con la Germania, rappresentato solidamente dai cantieri del gasdotto Nord stream 2, ha più difficoltà di prima a dialogare con l’Europa occidentale. Sarebbe difficile il contrario considerando gli avvenimenti degli ultimi anni. Nel 2018 l’avvelenamento dell’agente Skipral a Londra per cui la Gran Bretagna ha accusato un uomo vicino al Cremlino, nel 2019 il sospetto di un altro assassinio di stato a Berlino, poi l’avvelenamento dell’oppositore Aleksej Navalny, su cui non ci sono sospetti ma prove e a cui è seguito uno scontro diplomatico senza precedenti culminato nelle accuse lanciate dal ministro degli Esteri Lavrov contro Ue e Stati Uniti, a fianco dell’Alto rappresentante Ue Borrell in visita a Mosca. D’altra parte anche Draghi ha almeno due notevoli ragioni per cercare la sponda russa. La prima, dice Massolo, «è che Mosca ha ancora una notevole influenza anche strategica sulle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e può muovere leve che in questo momento sono necessarie, nella gestione della crisi umanitaria e non solo». La seconda è che la Russia è altro rispetto a quello che nella vulgata viene chiamato occidente, ma è un “altro” diverso rispetto alla Cina, cioè il competitor su cui gli Stati Uniti stanno concentrando la loro attenzione strategica, costringendo anche la malconcia Alleanza atlantica a fare la stessa cosa. E quindi per trovare il più ampio consenso possibile e impedire corse in avanti nel riconoscere il governo talebano in questo momento è fondamentale avere la sponda della Russia. L’alternativa sarebbe una intesa menomata. Il vertice di Pratica di Mare che per la prima volta portò Putin al tavolo della Nato, nacque da una telefonata a Bush Jr durante una visita di Berlusconi a Sochi. Chissà se domani dopo la visita di Lavrov ci sarà una telefonata anche a Washington».

Al di là delle belle parole, l’Europa non vuole i profughi. Lo scrive Leo Lancari per il Manifesto.

«Ci aspettano giorni dolorosi», dice Paolo Gentiloni quando a Bruxelles cominciano ad arrivare le notizie sugli attentati all’aeroporto di Kabul. Il commissario Ue all’Economia spinge perché l’Unione europea per una volta si decida ad aprire le sue porte almeno agli afghani più vulnerabili che si potrebbero portare via organizzando dei corridoi umanitari. «Stiamo parlando di qualche decina di migliaia di persone, non di milioni», spiega. Inutilmente, viene da dire, visto che almeno per ora i 27 non sembrano essere in grado di fare scelte comuni. Ieri si è tenuta una riunione degli ambasciatori dalla quale sarebbe dovuto uscire almeno il numero di afghani che l’Ue è disposta ad accogliere, ma non si è giunti a nulla di fatto. Tutto rimandato, magari a martedì prossimo, 31 agosto, quando si terrà un vertice dei ministri dell’Interno per valutare le misure da adottare in conseguenza alla nuova e sempre più drammatica situazione in cui è precipitato l’Afganistan. Si discuterà di sicurezza, ma anche delle gestione di un eventuale – anche se per ora improbabile – flusso di rifugiati che dovesse muovere verso l’Europa. E ancora una volta si va in ordine sparso: «Non ripeteremo l’errore strategico del 2015» ha ripetuto anche ieri il premier sloveno Janez Jansa che già nei giorni scorsi, senza che nessuno glielo chiedesse, ha affermato che l’Ue «non organizzerà corridoi umanitari». Nel frattempo la Commissione europea ha ricordato come tutti gli Stati membri devono presentare entro la metà di settembre «i propri impegni» in materia di accoglienza e in particolare sulle quote di rifugiati che sono disposti ad accogliere. In questo caso, però, si parla di quanti hanno collaborato con gli occidentali e che per questo rischiano di essere uccisi dai talebani. Su tutti gli altri regna l’incertezza. Nei giorni scorsi l’alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell, aveva proposto di utilizzare per i profughi afghani una direttiva del 2001 sulla protezione temporanea per i richiedenti asilo. La direttiva prevede il riconoscimento della protezione per tre anni, ma nessuna obbligatorietà per gli Stati ad accogliere i profughi. Successivamente, però, un portavoce della Commissione ha smentito la possibilità di poterla utilizzare visto che la stessa commissione ha proposto di abrogarla per sostituirla con un nuovo regolamento. In ogni caso, comunque, visto che non era previsto nessun obbligo per gli Stati di accettare i profughi, si sarebbe proceduto come al solito su base volontaria. Cosa intenda fare l’Europa per fermare i profughi è comunque chiaro: se proprio non è possibile evitare che escano dall’Afghanistan allora vanno bloccati nei Paesi confinanti, Pakistan, Iran e Tagikistan. «Non dovremmo aspettare di avere rifugiati afghani alle nostre frontiere esterne», ha spiegato la commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson, che ha invitato gli Stati membri a «non intraprendere azioni unilaterali». Viceversa, per la commissaria occorre stanziare fondi per aiutare sia gli afghani che ancora si trovano nel Paese, che gli Stati confinanti con un finanziamento di 200 milioni di euro in aiuti umanitari. Un modo, ha concluso Johansson, per «assicurarsi di non finire in una situazione in cui molte persone intraprendono pericolose rotte dei trafficanti che portano alle nostre frontiere esterne».