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Discorso strategico del presidente del Consiglio ieri all’Assemblea della Confindustria all’Eur. I concetti chiave espressi da Draghi: crescita, riforme, niente tasse in più e la proposta di un patto sociale per raggiungere questi obiettivi. La cronaca del Corriere è di Enrico Marro.

«Alla Confindustria, che ieri nell’assemblea generale gli ha riservato un sostegno plateale senza precedenti, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto di sedere intorno a un tavolo, insieme con i sindacati e il governo, per arrivare a «un patto economico, produttivo, sociale per il Paese». Obiettivo: «una prospettiva economica condivisa». Perché, ha affermato Draghi, «buone relazioni industriali» sono l’elemento decisivo per affrontare bene i grandi cambiamenti, come quelli in corso. Perché, è vero, l’economia si sta riprendendo e l’Italia sta crescendo più degli altri. Il premier ha confermato che il Pil quest’ anno salirà del 6%, ma è pur sempre di un parziale recupero dopo il -8,9% del 2020. Si tratta allora di rendere stabile la crescita. La fiducia di imprese è famiglie «è molto elevata, ma è fragile». Del resto, le tensioni sui prezzi contribuiscono a mantenere elevato il livello di incertezza. «L’economia globale – ha detto l’ex presidente della Bce – attraversa una fase di aumento dei prezzi, che riguarda anche i prodotti alimentari e tocca tutte le fasi del processo produttivo. Non sappiamo ancora se questa ripresa dell’inflazione sia temporanea o permanente, strutturale. Se dovesse rivelarsi duratura, sarà particolarmente importante incrementare il tasso di crescita della produttività, per evitare il rischio di perdita di competitività internazionale». Di qui l’importanza di un Patto sociale che leghi governo, imprese e sindacati, come fu all’inizio degli anni Novanta, sotto la regia di un altro ex governatore della Banca d’Italia chiamato alla guida del governo: Carlo Azeglio Ciampi. Questa volta, per fortuna, l’Europa ha messo in campo forti investimenti per la ripresa. Il Pnrr e i circa 200 miliardi di risorse Ue a disposizione dell’Italia fino al 2026, sottolinea Draghi rappresentano «un progetto decisivo per il futuro del nostro Paese» e «bisogna evitare i ritardi che hanno spesso rallentato o impedito l’uso dei fondi europei». Non a caso ieri il consiglio dei ministri ha esaminato la prima relazione di monitoraggio sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, messa a punto dal sottosegretario alla presidenza, Roberto Garofoli, e dal ministro dell’Economia, Daniele Franco. Al 22 settembre risultano centrati 5 obiettivi relativi agli investimenti, pari al 21% del totale, e 8 sulle riforme (il 30%). In tutto, 13 obiettivi su 51. Draghi vuole accelerare. Sarà quindi chiesto alle singole amministrazioni un «piano di adozione delle riforme e di compiuta realizzazione degli interventi da attuare entro il 31 dicembre». Nelle prossime settimane i ministri saranno chiamati a palazzo Chigi. Ciascuno dovrà «far pervenire nei 5 giorni antecedenti la data di convocazione della Cabina di regia» una relazione con «lo stato di avanzamento dell’insieme di riforme e progetti del Pnrr» facenti capo alla sua amministrazione, l’«impostazione che ciascun ministro ritiene di seguire» sui progetti di sua competenza; l’«individuazione degli ostacoli e delle criticità riscontrate». Draghi ha anche annunciato che a ottobre verrà varato il disegno di legge sulla concorrenza. E sul fisco ha confermato: «il governo non ha intenzione di aumentare le tasse». Del resto, la pandemia non è ancora archiviata, anche se il presidente è apparso soddisfatto dei progressi: «Oltre 41 milioni di italiani hanno completato il ciclo vaccinale, quasi il 77% della popolazione con più di 12 anni. E per fine settembre contiamo di raggiungere l’80%» anche se «bisognerà andare oltre» per via della variante Delta. «Un governo che cerca di non far danni è già molto – ha concluso Draghi, suscitando uno dei tanti applausi degli imprenditori – ma non basta purtroppo per affrontare le sfide dei prossimi anni. È quando l’intero quadro di riferimento cambia che più occorre essere uniti». «E le buone relazioni industriali sono il pilastro di questa unità produttiva», ha ribadito il premier rivolgendosi a imprese e sindacati. Questi ultimi sono già convocati lunedì prossimo a Palazzo Chigi sulla sicurezza sul lavoro».

Roberto Mania su Repubblica analizza il possibile “partito di Draghi”. Cerca cioè di capire chi a sinistra possa essere l’interlocutore del Patto modello Ciampi, da lui proposto.

«Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil. Ma l’interessato sembra quasi imbarazzato di tanto incondizionato entusiasmo, come se soffrisse a restare schiacciato soltanto su una parte. E non è un caso allora se, poche ore dopo il tripudio all’assemblea di Confindustria, palazzo Chigi fa sapere che lunedì prossimo il presidente del Consiglio riceverà ufficialmente i segretari di Cgil, Cisl e Uil. Un incontro allargato e pubblico, perché di faccia a faccia riservati nelle ultime settimane Draghi ne avuti con tutti i leader delle tre confederazioni. L’intento è chiaro: mantenere la pace sociale nel Paese in un momento delicato, con i prezzi delle materie prime e dell’energia che schizzano verso l’alto e interi settori industriali che rischiano di entrare in forte sofferenza. Raccontano che Draghi sia rimasto colpito dal corteo che pochi giorni fa ha sfilato per le strade di Firenze, con migliaia di lavoratori dietro gli striscioni dei licenziati della Gkn, di Alitalia, di Whirpool. Così come abbia notato con soddisfazione le parole di Maurizio Landini su una possibile ricostruzione dell’unità sindacale. E chissà se è vero quello che confida un ministro che parla di frequente con Draghi e che ieri ha partecipato all’assemblea degli imprenditori. Ovvero che quell’appello del presidente di Confindustria Bonomi a un nuovo “patto” sociale tra imprese e sindacati sia stato preventivamente concordato e suggerito dallo stesso premier. Il quale, quando è toccato il suo turno sul podio, lo ha rilanciato e fatto proprio. Il capo del governo sa bene quanto sia fragile la ripresa ed esposta a rischi geopolitici non controllabili. Per questo serve puntellare il più possibile il fronte interno. «Occorre essere uniti – ha spiegato ieri Draghi – per non aggiungere incertezza interna a quella esterna». E il «pilastro» di questa unità sono «le buone relazioni industriali». «Anche negli anni Settanta – riflette il ministro Andrea Orlando in una pausa dei lavori di Confindustria – la conflittualità era altissima. Ma, nonostante tutto, sindacati e imprese firmarono un contratto importante come quello dei metalmeccanici del 1973». Draghi ha ricordi in parte diversi di quella stagione. La vide da lontano, da giovane ricercatore al Mit di Boston con il futuro premio Nobel Modigliani. E conserva l’immagine di un Paese che iniziò a sprofondare dopo la crescita impetuosa degli anni Sessanta. Parlando a braccio, dopo aver lasciato sul podio i fogli con gli appunti, ieri il premier si è lasciato andare a un monito, rivolto sia a sindacati che a Confindustria: «Come mai si sono interrotti quei tassi di crescita, come mai nel 1970-71 il giocattolo si è rotto? Ha certamente pesato il quadro internazionale, con fattori come la grande inflazione, le due guerre, la crisi energetica. Però anche in quel quadro così difficile alcuni paesi hanno affrontato gli anni ’70 con successo». La differenza fra l’Italia e quei Paesi che non hanno dovuto subire un decennio di terrorismo, alta inflazione, conflitto sociale fortissimo e bassa crescita, l’ha fatta proprio la qualità dei rapporti interni fra imprese e sindacati. «Da noi, sul finire degli anni ’60, si è assistito alla totale distruzione delle relazioni industriali ». Per mettere al sicuro il Paese il modello a cui si guarda nel Pd è quello di Ciampi del luglio 1993, il patto sulla politica dei redditi, richiamato esplicitamente da Enrico Letta già in aprile. «Draghi e Bonomi gli dovrebbero pagare il copyright », scherza Orlando. Un patto tra produttori all’insegna della pace sociale, sotto l’ombrello del Recovery Plan. «Nel momento in cui il quadro complessivo cambia, le relazioni industriali vanno particolarmente sotto pressione e invece bisogna essere capaci di tenerle », avvisa il premier. Certo, se le intenzioni sono evidenti, l’esito è ancora tutto da scrivere. Lo stesso Draghi, con il proverbiale pragmatismo, all’inizio era contrario a dare titoli enfatici a questa operazione. A convincerlo è stato il segretario della Cisl, Luigi Sbarra, ricevuto in un faccia a faccia a palazzo Chigi tre giorni fa. Sbarra ha spiegato al premier che, senza un suo impegno personale e diretto come garante, i sindacati e le imprese da soli non ce l’avrebbero fatta a superare le reciproche diffidenze. «Presidente, ci deve mettere lei la faccia », ha insistito Sbarra. Il leader cislino ha richiamato soprattutto il punto centrale dell’attuazione del Pnrr, la cosiddetta messa a terra delle riforme. Che necessitano di una pubblica amministrazione collaborativa e motivata da qui al 2026, quando terminerà il Piano. «Anche il governo ha bisogno di noi per farcela». Certo, non è detto che l’impegno di Draghi sia sufficiente. E le prime reazioni a caldo di Cgil e Uil registrano ancora una certa freddezza. Pierpaolo Bombardieri ha preferito disertare l’invito di Bombassei e se n’è andato a Potenza a un evento della Uil. Anche Maurizio Landini, prima di lasciare il palazzetto dell’Eur, si mostra ancora diffidente. «A noi va bene il patto, ma bisogna intendersi su quello che ci scriviamo. Vorrei prima capire quali contenuti sui contratti, sulle pensioni, sulla riforma del fisco, sulla politica industriale». Nel Pd tuttavia si registra un certo ottimismo dopo giorni di tensione sul Green Pass con la Cgil. «Con Draghi – scherza un dirigente dem ricordando Conte – abbiamo trovato un nuovo punto di riferimento fortissimo dei progressisti».

Alfonso Gianni sul Manifesto è molto critico nei confronti del Presidente del Consiglio e fa sue le perplessità di Landini.

«Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. (…) Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l’abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull’aumento delle bollette energetiche solo l’impegno ad eliminare per l’ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c’è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull’assenza di qualsiasi patrimoniale. Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l’esigenza di “una prospettiva economica condivisa” che subito identifica con quella di “patto sociale” lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il “patto” non è sostanziato da proposte precise, e diversamente l’entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione. Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del Paese. Per lui la ricostruzione post bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il Paese ha conosciuto, come quella in cui “col finire degli anni ’60” avremmo assistito “alla totale distruzione delle relazioni industriali”. Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico, non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che, al contrario, ha tutt’ altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe “la virtù dell’impresa … di cui l’Italia andrà fiera”. Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell’aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt’ ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l’Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no».

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