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Nonostante la notizia dei risultati elettorali, il Sole 24 Ore ha scelto di aprire oggi la sua prima pagina sul calo del Pil in Cina. La crescita nel secondo trimestre è stata infatti solo del 4,9% contro il +7,9% del primo. Le cause della frenata? Crisi energetica, carenza di materie prime e di microchip assieme alla crisi immobiliari dell’ Evergrande. I mercati non l’hanno presa bene.

«La crescita cinese frena sul finire d’anno. Perde tre punti il Pil del terzo trimestre, passando dal +7,9% di aprile-giugno al 4,9% di luglio-settembre. Il rallentamento è continuo se ci si riferisce alla performance di inizio anno in rialzo rispetto all’andamento a “V” innescato dal Covid-19 nella seconda parte del 2020. Anche altri indicatori come la produzione industriale, le vendite al dettaglio e gli investimenti in costruzioni mostrano segni di frenata. Rispetto al trimestre precedente, la produzione è cresciuta di poco nel periodo luglio-settembre, espandendosi solo dello 0,2 per cento. Il valore è sceso dall’1,2% nel periodo aprile-giugno segnando uno dei trimestri più deboli dell’ultimo decennio. A settembre, la crescita della spesa al dettaglio si è indebolita scendendo al 4,4% rispetto all’anno precedente, in calo dal 16,4% dei primi nove mesi. Gli investimenti in immobili, fabbriche, abitazioni sono aumentati dello 0,17%, dal 7,3% dei primi nove mesi. Altro punto dolente, le vendite di auto nel più grande mercato mondiale sono diminuite del 16,5% a settembre sul 2020, stando ai dati della China Association of Automobile Manufacturers che ammette: la produzione è stata condizionata dalla carenza di chip per processori. Al tempo stesso – va ricordato – a settembre la Cina ha registrato un’inflazione ai massimi da 26 anni a questa parte, con un significativo +10,7% sul 2020. In contemporanea, tuttavia, la bilancia commerciale ha segnalato un surplus crescente, anche rispetto all’interscambio con gli Stati Uniti. Merito della domanda forte da Nordamerica e Europa, con l’export cinese, a settembre, in crescita a due cifre (+28%), di due punti in più su di agosto, a 305,7 miliardi di dollari, ma il surplus con gli Usa, sostenuto da una robusta domanda, galoppa fino a toccare i 42 miliardi di dollari. L’import, aumentato del 33% in agosto, a settembre scende al 17,6%, a 240 miliardi di dollari. In parallelo, salgono del 49,5% nei primi 8 mesi dell’anno gli utili industriali, poco prima dell’esplosione della crisi energetica. In questa congiuntura mista, lo spartiacque tra la prima e la seconda metà dell’anno è l’andamento disastroso del settore immobiliare che resta il fattore chiave per capire cosa succederà entro al fine dell’anno. L’edilizia occupa milioni di posti di lavoro assorbendo un quarto del Pil cinese, ma ha rallentato il passo proprio a seguito degli interventi statali per mettere un freno al credito nel settore. La produzione, aumentata in settembre solo del 3,1%, il livello più basso dal marzo 2020, rispetto al +5,1% di agosto, è stata ostacolata sul finire dell’estate, a settembre, dalle interruzioni di corrente imposte da alcune grandi province per allinearsi alle direttive per risparmiare energia e tenere a bada l’inquinamento in linea con la strategia Cina carbon free entro il 2060. Non solo. Colossi dell’immobiliare come Evergrande, oberato da 300 miliardi di debito e già con tre rate di bond scaduti e non onorati, sono purtroppo in grado di condizionare l’intero settore, innescando uno shock che potrebbe essere negativo anche per la crescita nell’ultimo trimestre, con prevedibili stress finanziari. I dati economici di quest’ anno soffrono di un confronto anomalo con il 2020, l’anno dello scoppio della pandemìa. Il Fondo monetario ha confermato l’outlook positivo, limando appena le stime, l’8% sul 2021, +5,6% nel 2022. Ormai è evidente che Pechino debba rivedere le prospettive di crescita sul 2021. Realisticamente, il Governo cinese ha fissato il target oltre il +6%, il che offre notevoli margini di manovra. Almeno finora».

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