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Ne parlerà con ogni probabilità direttamente Mario Draghi in una conferenza stampa, già stasera. Le nuove regole sul Green pass e sui nuovi parametri per i colori delle Regioni sono in approvazione. La cronaca di Sarzanini e Guerzoni per il Corriere.

«Green pass obbligatorio con una dose di vaccino per tutti i luoghi al chiuso, compresi i ristoranti, doppia dose ovunque ci sia il rischio di assembramenti. Spetterà ai componenti della cabina di regia, convocata per questa mattina a Palazzo Chigi, definire gli ultimi dettagli prima del Consiglio dei ministri che approverà il decreto da far entrare subito in vigore. Ma la linea è tracciata, nonostante le resistenze del leader della Lega, Matteo Salvini. E sarà il presidente del Consiglio, Mario Draghi, a illustrare le nuove misure, probabilmente già questa sera, con una conferenza stampa. Rimane aperta fino a questa mattina la trattativa con i presidenti di Regione sui nuovi parametri per il passaggio tra le fasce di rischio, ma dai governatori è già arrivato il via libera all’obbligo della certificazione verde in zona bianca, purché sia consentito il rilascio anche a chi non ha completato il ciclo vaccinale. Per questo nel provvedimento sarà specificato che chi ha già ricevuto la prima dose debba effettuare il richiamo, altrimenti il green pass perderà validità. «Mi auguro non ci siano scelte draconiane, improvvise, imponderate, che escludono la maggioranza degli italiani dal diritto al lavoro, allo spostamento», avverte Salvini. La risposta arriva dalle ministre di Forza Italia, Mariastella Gelmini «il green pass serve per incentivare le vaccinazioni ed evitare possibili nuove chiusure» e Mara Carfagna «non è una camicia di forza, ma uno strumento di libertà che consenta agli italiani di svolgere in sicurezza attività che oggi o non si possono svolgere o possono svolgersi ad altissimo rischio». Ma in serata il leader della Lega rilancia: «Il green pass domani mattina significa togliere 30 milioni di cittadini italiani il diritto alla vita». Posizione molto diversa quella del titolare della Salute, Roberto Speranza, che ha sottolineato come la strada scelta «serve a mantenere tutta Italia in zona bianca, scongiurando il rischio determinato dall’aumento di contagi che alcune Regioni passino in zona gialla durante l’estate». Proprio per raggiungere questo obiettivo nel decreto devono essere inseriti i nuovi parametri che tengono conto dei ricoveri e non soltanto dell’incidenza dei nuovi contagiati settimanali su 100mila abitanti per il passaggio di fascia. La mediazione va avanti da giorni perché i presidenti delle Regioni ritengono che le percentuali indicate dal governo – 5% per le terapie intensive e 10% per i reparti medici – siano troppo restrittive e stamattina presenteranno una controproposta. L’accordo dovrà comunque essere raggiunto entro oggi se si vuole evitare che alcune regioni – Toscana, Lazio, Sicilia, Calabria e Campania – entrino nella fascia dove sono previsti restrizioni e divieti già domani con l’arrivo del nuovo monitoraggio. In fascia bianca basterà dunque avere una prima dose per stare nei ristoranti al chiuso. Sugli altri luoghi chiusi la decisione sarà presa oggi e spetterà alla cabina di regia – dopo il confronto con le Regioni e il parere del Comitato tecnico scientifico – stilare la lista che già comprende aerei, treni e navi. Dai governatori è invece già arrivato il via libera al green pass con doppia dose per i grandi eventi. «La Conferenza delle Regioni – conferma il presidente Massimiliano Fedriga che guida il Friuli-Venezia Giulia – ha elaborato alcune proposte sull’uso del green Pass in un’ottica positiva, ovvero per permettere la ripresa in sicurezza di attività fino ad oggi non consentite o limitate. Ad esempio grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi». Proprio per incentivare i cittadini a completare il ciclo vaccinale, nel decreto sarà specificato che il green pass rilasciato a chi ha fatto la prima dose non sarà più valido se non ci si presenta all’appuntamento per la seconda. Il ministero della Salute ha invece chiarito che chi non è ancora riuscito ad ottenere il modulo potrà utilizzare il certificato vaccinale ottenuto dopo la prima oppure dopo la seconda dose. La certificazione viene rilasciata ai vaccinati, ma anche a chi è guarito dal Covid-19 oppure a chi ha un tampone con esito negativo effettuato nelle quarantotto ore precedenti. Ieri il direttore della Prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza ha firmato la circolare che prevede «un’unica dose di vaccino per i soggetti con pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché venga eseguita preferibilmente entro i sei mesi dalla stessa e comunque non oltre dodici mesi dalla guarigione».

Luca Bolognini per il Quotidiano Nazionale prova a tirare le fila delle tante statistiche a disposizione, analizzando i numeri ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità.

«C’è una buona notizia: i vaccini funzionano. E anche l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità lo certifica. Tra l’11 giugno e l’11 luglio la stragrande maggioranza dei casi lievi diagnosticati in Italia sono stati identificati in soggetti non vaccinati. Su 27.353 infezioni, il 77% ha riguardato over 12 a cui non era stato ancora inoculato alcun siero. Percentuale che sale al 91% se si tiene conto di chi è risultato contagiato pur avendo ricevuto solo una dose o il monodose entro 14 giorni dalla diagnosi, ovvero il tempo necessario a sviluppare una risposta immunitaria completa. Ancora più chiara la situazione per chi ha dovuto ricevere cure ospedaliere: l’80% non era minimamente protetto dal virus. Cifra che tocca l’85%, se si considerano i ricoveri in terapia intensiva, e un drammatico 72% per i decessi. «Tra gli over 80, il 36% delle diagnosi di Sars-Cov-2, il 50% delle ospedalizzazioni, l’81% dei ricoveri in terapia intensiva e il 66% dei decessi sono avvenuti – spiega l’Iss nel suo rapporto, analizzando lo scaglione più protetto – in persone che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino e che sono attualmente il 9,5% della popolazione in questa fascia d’età». Un altro effetto della campagna vaccinale è la diminuzione dell’età per chi viene ricoverato deve essere preso in carico dalle terapie intensive. L’età media di chi viene ospedalizzato è di 52 anni, contro i 76 fatti registrare nell’aprile del 2020. Chi viene trasportato in terapia intensiva, invece, oggi ha circa 63 anni, contro i 76 di un anno e mezzo fa. Ma quindi, quanto sono effettivamente efficaci i vaccini? Secondo i calcoli dell’Iss, la protezione dall’infezione oltrepassa il 71% nel caso del ciclo incompleto, ma arriva all’88% se si sono ricevute entrambe le dosi. Ancora più elevata la protezione rispetto al ricovero in ospedale. L’efficacia in questo caso è in media dell’81% per chi ha ricevuto la prima dose (o Johnson&Johnson da meno di 14 giorni) e del 95% per chi ha completato il ciclo. Per il ricovero in terapia intensiva le percentuali sono 88% per una dose, 97% per due dosi. Per quanto riguarda i decessi, invece, la protezione è del 79% per il ciclo incompleto e del 96% con due dosi. Guardando i numeri assoluti dei contagi, in diversi hanno espresso il dubbio che non ci sia una gran differenza tra non vaccinati e immunizzati. In realtà, approfondendo, si scopre l’esatto contrario. «Se le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura – fa notare infatti l’Iss – si verifica l’effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati. In questi casi, l’incidenza, però, intesa come il rapporto tra il numero dei casi e la popolazione, è circa dieci volte più bassa nei vaccinati rispetto ai non vaccinati. Questi numeri se letti correttamente, quindi, ribadiscono quanto la vaccinazione sia efficace». Ovviamente meno persone si proteggono, più il virus circola. Con due controindicazioni: trasmettere il Covid a soggetti a rischio di malattia severa (anche se immunizzata) e favorire il fenomeno della comparsa di nuove varianti. Nuove varianti che magari potrebbero bucare i sieri anti Covid. Cosa che, per fortuna, fino a oggi non è ancora successa».

Sull’ipotesi di licenziare chi non si vaccina, lanciata dalla Confindustria, interviene il re del cashmere Brunello Cucinelli con un’intervista a Repubblica. Cucinelli, 63 anni, stilista e fondatore dell’omonima azienda della moda, sceglie la linea di lasciare a casa i No Vax, pur garantendogli lo stipendio.

«Chi non ha il Green Pass non lavora, questa è la proposta di Confindustria, con la minaccia di demansionamenti e quindi anche di riduzioni del salario per quei dipendenti che decidessero di non vaccinarsi. Si dissociano subito in coro tutte le organizzazioni sindacali, che puntano il dito sul fatto che i lavoratori sono cittadini, e che i protocolli di sicurezza sottoscritti con il govenrno ad aprile, sono ancora in corso e restano validi fino a prova contraria. Ma in qualche misura prendono le distanze anche gli imprenditori, tra cui Brunello Cucinelli, che confida che il presidente Draghi interverrà presto a dirimere la questione. Brunello Cucinelli, Confindustria propone cambi di mansioni per chi non vaccinandosi non potrà entrare in azienda, con possibili ricadute sullo stipendio. Lei che ne pensa? «Non voglio parlare per gli altri, ma non si possono stravolgere il funzionamento dell’azienda, le competenze e gli stipendi delle persone. Sono inoltre fiducioso che presto il governo interverrà per dirimere la questione. Del resto chi non è vaccinato non potrà viaggiare e andare al ristorante, ma in azienda ci passi 9 ore al giorno, e il rischio a cui esponi chi ti sta al fianco è molto più alto». Lei è stato tra i primi industriali ad aprire un centro vaccinale nel suo stabilimento di Solomeo insieme all’Asl. Come è andata la campagna nella vostra azienda? «Benissimo, ma vorrei precisare, che fin da subito abbiamo messo la sicurezza dei nostri dipendenti al primo posto. Da mesi abbiamo tre medici che lavorano per il gruppo e che in qualunque momento, se non stai bene, vanno a casa e fanno il tampone al dipendente e alla famiglia. Infatti su 1200 persone, abbiamo registrato solo 27 casi, una bella soddisfazione». Quanti dei vostri dipendenti hanno scelto spontaneamente di vaccinarsi? «Tantissimi. Su 1.200 meno dell’uno per cento non è vaccinato, e chiaramente in azienda si è venuto subito a sapere chi erano. Ora, come è logico che sia, i ragazzi che prima lavoravano allo stesso tavolo, non vogliono più stare a contatto con chi ha scelto di non vaccinarsi. In generale, comunque la risposta è stata molto positiva e ne sono orgoglioso. (…) E quindi cosa ha proposto di fare ai suoi dipendenti per affrontare i prossimi mesi? «Ho fatto una grande assemblea riunendo nel parco antistante i nostri stabilimenti a Solomeo, tutti i dipendenti presenti e distanziati. Ho portato loro i saluti e gli auguri del presidente Draghi, dicendo che presto il governo sarebbe intervenuto a regolare i prossimi passi e che verosimilmente presto potremmo essere autorizzati a recarci in azienda senza le mascherine, ma a quel punto potranno entrare solo coloro che hanno il Green Pass. Un principio che vale anche per chi viene a trovarci e per i collaboratori esterni. Proprio due giorni fa ho ricevuto la comunità finanziaria, anche in questo caso ci siamo visti in sicurezza: gli analisti e gli investitori sono entrati in azienda solo dopo aver fatto il tampone». Qual è stata la risposta dei suoi dipendenti? «Guardi in molti erano commossi, è stato un anno e mezzo complesso, il mio dovere è proteggere l’azienda e i dipendenti. Non posso imporre a nessuno di fare questa scelta, ma non posso neppure mettere a rischio chi ha scelto di vaccinarsi. Ho un caro amico, che ha già fatto due volte il vaccino e da 11 giorni è a letto con la febbre a quaranta perché ha preso una variante del Covid. Questa non è un’influenza, è una cosa grave» Quindi quell’1% che non può venire a lavorare che farà? «La mia proposta per loro è quella di stare a casa con un’aspettativa di sei mesi retribuita e poi si vedrà. Dio vede e provvede».

Sull’ipotesi di Confindustria interviene, in modo molto critico, Alessandro Sallusti su Libero:

«Confindustria sta pensando di rendere obbligatorio il vaccino, e quindi il possesso del Green pass, sui luoghi di lavoro, pena la messa a casa del lavoratore a retribuzione zero. Come noto noi siamo iper favorevoli ai vaccini e da tempo ci stiamo sgolando perché tutti gli italiani, mettendo da parte paure e pregiudizi, si facciano inoculare il salvifico siero. Ma pensiamo anche che per convincere i riottosi vadano messe in campo misure anche severe ma percorribili in punta di diritto, di buon senso e di fattibilità. Onestamente la proposta di Confindustria non mi sembra andare su questa strada e non solo per la violenza che porta con sé. Un conto è provare con ogni mezzo a vaccinare categorie professionali particolarmente esposte al rischio di contagiare (o essere contagiate) tipo infermieri, medici e insegnanti. Altro è legare in maniera diffusa il possesso del salvacondotto al diritto allo stipendio. Immaginate, per esempio, la quantità di cause di lavoro che verrebbero sicuramente aperte dai lavoratori esclusi e i ricorsi al Garante della privacy che ha più volte sentenziato a favore del diritto alla segretezza, anche nei confronti del datore di lavoro, che ogni cittadino ha sul suo stato di salute. Immaginate le tensioni sociali che anche strumentalmente verrebbero innescate dai sindacati e dai gruppi organizzati di no vax. Immaginate insomma il caos che una sospensione automatica da lavoro e stipendio per i non vaccinati produrrebbe in tutto il Paese. Se la montagna Confindustria, con i suoi centri studi e consulenti giuridici, ha partorito un simile topolino non c’è da stare allegri. Per esempio, come la metteremmo con quei lavoratori in attesa di vaccinazione con tempi – dettati dallo Stato di settimane e in alcune regioni di mesi per completare il ciclo delle due vaccinazioni che dà diritto al Green pass? E con i covizzati di recente che devono aspettare mesi prima di potersi vaccinare? E con i lavoratori che per la loro situazione sanitaria non possono accedere al vaccino? È evidente che la sicurezza sul posto di lavoro non può passare da una simile proposta. Non può in punta di diritto, ma anche per l’impossibilità pratica di metterla in atto almeno di non voler scatenare una guerra civile tra poveri».

Sulla prima pagina del Corriere della Sera Aldo Cazzullo ragiona su virus e libertà.

«La discussione sul vaccino è viziata da un grande equivoco. Il confronto non è tra chi difende la libertà e chi la nega. Il confronto è tra chi vuol essere – o si illude di poter essere – libero qui e ora, e chi vuol essere libero in modo duraturo; senza ritrovarsi a fine estate (se non prima) in questo frustrante giorno della marmotta, senza dover ricominciare da capo con i bollettini delle terapie intensive e i decreti di chiusura. Dovrebbe essere chiaro che la scelta giusta è la seconda. Nessun Paese democratico ha imposto l’obbligo di vaccino, se non (com’era inevitabile) agli operatori sanitari. Quasi tutti i Paesi democratici, però, hanno deciso di incentivare le vaccinazioni. Il diritto al lavoro è inviolabile; quindi è impossibile legare l’ingresso sul posto di lavoro al green pass. Ci sono però lavori che si svolgono a contatto con il pubblico. Un conto è difendere la libertà di non vaccinarsi; un altro è attentare alla libertà di lavorare – o usufruire di un servizio – senza venire in contatto con una persona che ha deliberatamente scelto di non vaccinarsi. Distinguere tra le generazioni, per arrivare a sentenziare che i giovani possono anche non immunizzarsi perché tanto non muoiono, significa non aver capito come si muove questa pandemia. Il virus resiste e muta proprio perché non è molto letale, ma è molto contagioso. L’unico modo per bloccarne o limitarne la circolazione e la mutazione è vaccinarsi tutti, o quasi tutti».

Michele Brambilla, direttore del Quotidiano Nazionale, da un po’ di giorni insiste sulla validità del Green pass per ridare libertà di movimento agli italiani. Oggi gioca, nel suo editoriale, con l’immagine del semaforo.

«In questi giorni in cui trattiamo il tema delle libertà individuali sollevato dai no vax e dai no green pass, ci stiamo colpevolmente dimenticando di un’altra categoria di cittadini: i no sem. Sono coloro che eccepiscono sull’obbligatorietà di rispettare le segnalazioni dei semafori. La loro argomentazione è semplice e chiara: «Se tu vuoi fermarti ai semafori, liberissimo, mica te lo proibisco. Ma io no». Il manifesto dei no sem sta circolando sul web: «Il semaforo limita la mia libertà di movimento, la mia libertà di scelta individuale. Cose previste dalla Costituzione e dal trattato di Schengen: libertà di circolazione, avete presente?» Secondo i no sem c’è un imbroglio alla base di tutto: «Io ammiro chi crede davvero che i semafori siano stati concepiti per la nostra sicurezza. Sul serio, senza ironia, capisco chi pensa che la vecchietta che attraversa la strada e non finisce sotto la mia macchina, poi per questo motivo campi altri cent’ anni. È una cosa che ci hanno indotto a credere da sempre, indottrinandoci per bene». Chi siano queste persone che «ci hanno indotto», non è specificato, ma è chiaro: sono “loro”. «Che poi – si legge nel manifesto dei no sem – quelli investiti sulle strisce, siamo sicuri che non avessero altre patologie? Sono morti “per” schiacciamento da auto o “con” schiacciamento da auto?». D’altra parte è il solito mainstream che ci nasconde la verità: «Non vi verranno mai a dire che ci sono fior di studi scientifici che dimostrano al cento per cento che se se un’automobile o un motorino va a forte velocità contro il palo di un semaforo si schianta con il rischio anche di morte. C’è tutta una letteratura al riguardo per cui i morti contro i pali dei semafori sono milioni». Ma i giornali e le tv se ne guardano bene dal dirlo. Il comico Roberto Lipari è l’autore di questa geniale parodia, che speriamo non offenda nessuno. La satira spesso serve a far riflettere: anche – speriamo – chi si ostina a credere che ci sia sempre un complotto dietro a tutto. Il disorientamento di molti sull’origine della pandemia e sulla sua gestione è comprensibile: sono state date molte informazioni contraddittorie, le cure variano ancora da medico a medico, i vaccini sono stati messi a punto in pochi mesi. Ma tutto questo – magari… – è successo perché in effetti ci siamo trovati in un bel casino, e nessuno poteva sapere come uscirne. Sappiamo però, intanto, che in Italia la doppia vaccinazione ha finora coperto nell’88 per cento dei casi dall’infezione, nel 94,6 dal ricovero e nel 95,8 dalla morte. E sappiamo che ieri siamo arrivati a 4.259 contagiati e 21 morti al giorno».

Chi non vuole mostrare il Green pass? I deputati. Su questo tema ad esercitare l’ironia è Mattia Feltri su La Stampa. Feltri riprendendo un tipico modo di dire dell’understatement piemontese, “Esageruma nen”, prende in giro Roberto Fico presidente della Camera.

«Tre anni e mezzo fa, all’esordio da presidente della Camera, quando colmò in autobus la distanza fra la stazione Termini e Montecitorio, Roberto Fico sublimò la dozzinale dottrina della parificazione fra parlamentare e uomo della strada. Gli si spiegò, col garbo dovuto ai ragazzi un po’ sciamannati ma non sciocchi, che i rappresentanti del popolo necessitano di tutele ulteriori non in garanzia di sé ma degli interessi del popolo da cui sono stati scelti. Un’auto blu e una scorta non sono un privilegio, sono la tutela assicurata dallo Stato, in nome del popolo, a un alto rappresentante delle istituzioni, a un uomo che conta di più soltanto, e non è poco, per i doveri pubblici ai quali è chiamato. Si era fiduciosi ma francamente non si sperava in un risultato spettacolare al punto che il privilegio sarebbe stato offerto a noi, quello di vedere Fico all’Olimpico per la partita dell’Italia con nove agenti di scorta. Nove. Per carità, qui si sarebbe pure per la reintroduzione dell’immunità parlamentare, figuriamoci se ci si lamenta. Però, nove… Vabbè. Meglio così. Fico oggi è perfetto. Sembra un Casini che non si rade: va alle parate militari, omaggia i grandi della Terra, non sbaglia un colpo. Ieri, per esempio, gli hanno chiesto se il green pass sia applicabile pure in Parlamento. In fondo si sta discutendo se renderlo obbligatorio per entrare al ristorante, in discoteca, persino sui tram e in metropolitana. E sapete che ha risposto? La questione non esiste, ha risposto: non si può chiedere a un parlamentare se si è vaccinato o no. Al popolo sì, ai parlamentari no. Caro Fico, sa come si dice a Torino? Esageruma nen».