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Dario di Vico sul Corriere della Sera offre un commento intelligente su una riunione, in presenza, senza precedenti dei maggiori leader politici italiani. Il metodo Meeting funziona e un’altra convivenza politica, basata sul dialogo e sulla concretezza, è possibile.

«Il «metodo Meeting» – copyright di Enrico Letta – ha fatto centro e andrebbe applicato dappertutto «senza nessuna ambiguità». Grazie a un’app, al green pass obbligatorio abbinato all’uso delle mascherine in sala e nei corridoi si è potuto tenere in sicurezza nell’Italia del dopo pandemia un evento pubblico in presenza. Caratterizzato anche da un ottimo livello di partecipazione: secondo gli organizzatori due terzi di visitatori rispetto all’edizione 2019. È una notizia che rende felici non solo i ciellini ma gli organizzatori dei numerosi festival in programma a settembre e soprattutto i responsabili delle società fieristiche che hanno in programma, a cominciare dal Cibus di Parma e dal Salone del Mobile di Milano, importanti manifestazioni del made in Italy. Incrociando le dita ci aspetta un mese vivace dal punto di vista intellettuale e pienamente attivo anche sul versante commerciale. Ma il «metodo Meeting» ieri si è visto all’opera anche in materia di comunicazione politica. I big che si sono confrontati sul palco della Fiera di Rimini hanno pienamente onorato l’invito ricevuto, sono stati insieme concisi e concreti. Hanno smesso i toni urlati di cui alcuni di loro si avvalgono abitualmente nei talk show e hanno spostato la competizione sul terreno dei contenuti, le policy. Volendo potremmo gridare al miracolo oppure più modestamente accontentarci di dire che «un’altra comunicazione politica è possibile». Nel merito del dibattito è apparso chiaro che il centrodestra, pur con tutte le gelosie e ripicche di questo mondo, è comunque uno schieramento omogeneo dal punto di vista politico-culturale. Ha uno spartito comune e chi deve interpretarlo non deve fare molta fatica ad attenervisi. Tatticamente poi ieri Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno individuato nella critica della cultura e dei comportamenti del ciclo politico grillino il leit motiv sul quale insistere. E non a caso è finito nel mirino di tutti loro il reddito di cittadinanza, il provvedimento bandiera dei Cinque Stelle. Bersagliato dal centrodestra Giuseppe Conte è parso obiettivamente in difficoltà vuoi perché debuttava davanti al popolo ciellino vuoi perché ha esordito raccomandando «il dialogo con i talebani». Anche l’utilizzo di qualche formula un po’ astrusa («la politica deve presidiare che la globalizzazione non si strutturi in senso oligopolistico») non ha giovato all’ex premier e avvocato, che sul reddito di cittadinanza poi non è andato al di là di un’onesta difesa d’ufficio. Di fronte alla polarizzazione che si è creata sul palco, tutti contro Conte, chi è rimasto prudentemente sulle sue è stato Letta che non è mai intervenuto – né sull’Afghanistan né sul contrasto della povertà – in aiuto di quello che considera, fino a prova contraria, il suo principale alleato. Ma al di là dei giochi di ruolo se il dialogo interpartitico è stato esauriente quello che è mancato, come ha sottolineato puntualmente Giorgio Vittadini, è stato «il dialogo con le ferite del Paese» e, aggiungo, con i saperi. La distanza con la società appare ancora larga e insondata. E anche quando i big discutono tra loro sui modelli di rappresentanza (Meloni ha rivendicato le virtù del «partito pesante») sembrano impegnati a competere con Zoom piuttosto che indicare con nettezza i limiti di una politica che presenta un palese deficit di competenze. Da qui l’ampia sottovalutazione del dossier «classe dirigente», evocato solo da Salvini che, in polemica con i grillini, ha detto che prima di andare in Parlamento quantomeno bisognerebbe aver ricoperto un ruolo da amministratore in un ente locale».

Per Il Fatto il Meeting mette davvero tutti insieme, ma guarda alla Meloni. Lo scrive Tommaso Rodano sotto il titolo: Cielle benedice la pax draghiana (ma tifa destra).

«”Compagno Rosato!”. Matteo Salvini si ferma a metà di un corridoio della Fiera di Rimini per un saluto più che affettuoso al collega renziano. Pacche e risate. Lo zelante servizio d’ordine -la mini testuggine di volontari ciellini in maglietta celeste intorno al leghista – si apre per un attimo e permette ai due politici di farsi la foto insieme. Il meeting di Comunione e Liberazione vorrebbe affermarsi in via definitiva come la festa della concordia politica. Abbattuti gli steccati ideologici, sdoganato a sinistra, caduta pure la fatwa grillina: al palcoscenico di Rimini ormai si concedono tutti, ben oltre il perimetro cattolico e conservatore. Figuriamoci poi nell’estate della pax draghiana. Così a mezzogiorno una folla di avventori armati di green pass, dopo aver realizzato moderati assembramenti negli ampi spazi della fiera, sotto le pubblicità di Intesa Sanpaolo e svariati altri giganti del capitalismo italiano, si schiaccia verso l’ingresso dell ‘auditorium. Dentro c’è quasi l’intero arco parlamentare. Da destra a sinistra: Giorgia Meloni (in collegamento video), Matteo Salvini, Antonio Tajani, Maurizio Lupi, Ettore Rosato, Enrico Letta, Giuseppe Conte. Tutti sullo stesso palco. L’entusiasmo degli organizzatori è palpabile. “Un incontro eccezionale, non ricordo di aver visto niente del genere”, esordisce Michele Brambilla, direttore del Resto del Carlino e conduttore dell’evento. “Una svolta importante per la politica italiana”, dichiara enfatico Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere e storico leader ciellino: “Si riafferma il metodo del dialogo e del confronto, invece dei soliti talk dove si strilla e basta. Così si rilancia il ruolo dei partiti”. Tutto splendido, volemose bene, un ecumenismo dilagante: il manifesto storico della kermesse riminese. D’altra parte, se si esclude Meloni, gli altri fanno parte della stessa maggioranza: governano tutti assieme. Persino l’argomento è generico e soporifero quanto basta per scoraggiare polemiche e antagonismi: “Il ruolo dei partiti nella democrazia oggi”. Come ci si può dividere su un tema così? E invece quando entrano i protagonisti, il primo fatto evidente è che la platea è molto meno eterogenea di come la si vorrebbe rappresentare: è spassionatamente di destra. In fondo è lo stesso pubblico che sabato si spellava le mani per il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, mentre bombardava i sindacati e il ministro del Lavoro del Pd Andrea Orlando. Anche stavolta l’applausometro non mente: modesto per Conte (che peraltro arriva tardi per colpa del traffico romagnolo), un po’ più caldo per Letta, Rosato e Tajani, generoso con Lupi (siamo a casa sua), entusiasta per Salvini, ma l’ovazione più forte è nettamente quella tributata a Meloni. Gli applausi scroscianti per la leader di FdI si ripetono ogni volta che prende la parola e persino quando conferma, tra grandi giri di parole, di essere contraria al green pass. Alla faccia della moderazione ciellina e del draghismo imperante. Anche per Salvini solo carezze: apprezzato quando attacca Conte sul famigerato bisogno di dialogare con i talebani; di nuovo apprezzato quando ridicolizza i Cinque Stelle (che hanno mandato in Parlamento “gente estratta a sorte”); ancora più apprezzato nelle numerose tirate contro il reddito di cittadinanza (“Mi pare che su questo palco abbiamo trovato una maggioranza parlamentare per abolirlo”, qui il pubblico di Rimini va proprio in sollucchero). E gli altri? Letta dà uno dei pochi veri titoli politici dell’incontro – dice che il Pd si impegnerà a lavorare per far restare Draghi a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023”- ma quando lo fa non se lo fila praticamente nessuno. Conte è spaesato, un alieno. Nel finto unanimismo ciellino è l’unico a cui spetta un’accoglienza glaciale. Sul reddito di cittadinanza è talmente accerchiato che il moderatore, pietoso, gli offre un’inconsueta replica alla fine del giro di interventi. Ma quando l’ex premier insiste sul fatto che vada difeso e migliorato, la platea risponde con un borbottio. Una sciura si alza in piedi livida e grida verso il palco: “Va solo abolito!”. Alla fine del dibattito resta in sospeso la solita domanda: ma i leader progressisti, o supposti tali, perché ci tengono tanto a piacere a questo mondo qui?».