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Parte domani in Italia il processo per la morte di Giulio Regeni. Giuliano Foschini per Repubblica.

«Sono serviti cinque anni e otto mesi. Di dolore, di rabbia, incredulità ma anche di orgoglio: quello della giustizia italiana, che ha fatto il suo dovere. E quello della famiglia Regeni, che non ha mai smesso di lottare, di credere, di cercare. Dopo cinque anni e otto mesi, domani comincerà nella terza sezione della Corte di Assise di Roma il processo nei confronti dei quattro militari egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ammazzato al Cairo nel febbraio del 2016. Il processo prenderà il via con due importanti novità. La prima: la Presidenza del Consiglio ha fatto sapere di volersi costituire parte civile al fianco della famiglia Regeni. Una decisione ancora non ufficializzata, ma soltanto per non urtare la sensibilità dei genitori di Giulio. Paola e Claudio, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, erano stati molto chiari nel chiedere alle «associazioni di non costituirsi parte civile». Il loro era un appello per non allungare i tempi di un processo che si annuncia difficile, già in partenza. Diversa però è la presenza dello Stato: l’hanno sempre chiesta, «da cittadini prima ancora che da genitori di una vittima » hanno detto in più occasioni. E sicuramente non si opporrebbero se lo Stato non li lasciasse soli in questa battaglia. Il processo si annuncia, infatti, delicatissimo. Perché a essere processati nell’aula bunker di Rebibbia, è vero, sono cinque agenti. Ma è altrettanto vero che, per la prima volta, in Europa, verrà processato un sistema di Governo e di potere al centro di denunce violentissime per la mancata tutela dei diritti umani. Il punto è capire se il processo si terrà, come tutti nel nostro Paese si augurano. L’assenza in aula degli imputati – figlia della mancata collaborazione egiziana che, nonostante gli annunci, non ha voluto comunicare nemmeno gli indirizzi per poter notificare loro gli atti – porrà un problema iniziale di procedibilità. Problema, a dire il vero, già superato nell’udienza preliminare dal giudice che ha rinviato a giudizio i quattro (gli agenti della National Security del Cairo, il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif ). Ritenendo che l’eco mediatica di questi anni valesse, abbondantemente, come notifica. «La copertura mediatica capillare e straordinaria – aveva scritto il gup Pierluigi Balestrieri fa assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio ». Una eco, se possibile, che verrà ancora più amplificata dai testimoni che le parti si apprestano a chiamare a processo: l’avvocato Ballerini ha chiesto di sentire il presidente Al Sisi e suo figlio, Mahmood. L’allora ministro degli interni Ghaffar. E ancora tutti i presidenti del consiglio italiani che si sono alternati in questi cinque anni (Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi), i ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega ai Servizi, i vertici della nostra intelligence. La Procura ha chiesto invece di interrogare, nel contraddittorio, tutti i caposaldi attorno a cui si basa la lunga e precisa ricostruzione effettuata dai carabinieri del Ros e dello Sco: e dunque i testimoni (la cui identità è ancora nascosta) che hanno raccontato di aver visto Giulio nei nove giorni di prigionia, prima che fosse ucciso. Chi lo ha tradito (l’ambulante che lo ha venduto agli egiziani, Mohammed Abdallah, il suo vicino di casa) e tutti coloro che hanno avuto un ruolo nel suo lavoro, e nel suo assassinio, in Egitto. Sotto inchiesta c’è un intero sistema di potere accusato di gravi violazioni dei diritti umani».

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