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Strascico inevitabile del caso dei sottomarini è la tensione con la Cina. Se con la Francia gli Usa sono corsi ai ripari grazie alla telefonata Biden-Macron, la sfida con Pechino permane. Gianfranco Modolo per Repubblica.

«Prima l’Aukus, poi il Cptpp, oggi il Quad. La Cina inizia a sentirsi messa all’angolo nel proprio giardino di casa da questo groviglio di sigle che hanno un unico obiettivo: contenere l’avanzata sempre più aggressiva di Pechino nell’Indo-Pacifico. A Washington il presidente Biden convoca il primo vertice in presenza del Quadrilateral Security Dialogue, l’alleanza che mette assieme Usa, Australia, India e Giappone. Le democrazie, cioè, che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti col Dragone. Si discuterà di vaccini, di come mettere in sicurezza le forniture di semiconduttori, ma soprattutto si parlerà di nuovi scenari geopolitici ed equilibri militari. Pechino di certo non sta a guardare e in vista dell’appuntamento di oggi ha già speso parole “gentili”: «Mentalità da Guerra Fredda, una cricca anti-cinese destinata a fallire». E che porterà (specie l’Aukus, il patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia che doterà quest’ ultima di sottomarini nucleari) ad una «corsa agli armamenti nella regione». Due giorni fa – anche se in tutt’ altro contesto – l’ambasciatore cinese all’Onu, parlando al Consiglio per i diritti umani, ha esortato a «prestare attenzione all’impatto negativo delle eredità del colonialismo e degli interventi militari illegali». Chi deve capire prenda appunti. Una riedizione di quanto già detto da Xi martedì nel suo messaggio all’Onu: «La Cina non ha mai invaso altre nazioni e mai lo farà. Non abbiamo mai cercato di imporre la nostra egemonia». Opporsi a qualunque sfida all’ordine marittimo, a qualsiasi tentativo di mutare lo status quo. Questa la dichiarazione che oggi faranno a margine del summit Biden, Morrison, Modi e il dimissionario Suga. Lo status quo oggi è minacciato da un’influenza cinese che si allarga sempre più in questa parte di mondo. Con rivendicazioni ricostruite ad hoc, scogli e isolotti militarizzati, esercitazioni, sentenze internazionali non rispettate. Dalle isole contese come le Senkaku-Diaoyu dove in questi 7 chilometri quadrati disabitati si stuzzicano la marina mandarina e la guardia costiera nipponica: acque che fanno gola per la loro pescosità e le risorse naturali. Alla “linea dei nove punti”, dalle Spratly alle Paracelso, all’interno della quale continua a sostenere i propri diritti contendendosi questa parte di Mar Cinese Meridionale con Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan: snodo vitale per i flussi commerciali del Dragone visto che qui si muove un quinto dei traffici mondiali. Ad imprigionare il sogno di potenza cinese è invece la “prima catena di isole” sulla quale però si trova Taiwan. La riconquista della “provincia ribelle” darebbe a Pechino la possibilità di fare breccia e da lì proiettare la sua forza verso i grandi oceani. Pechino già prepara le contromosse, chiedendo di entrare in quel Cptpp (la partnership trans-pacifica) che gli Usa abbandonarono: accordo commerciale nato per contenere la Cina. Obiettivo: porsi come paladina del libero commercio ed evitare che Taiwan si unisca al club. Richiesta che da Taipei è arrivata. Risposta: 19 aerei a sorvolare l’isola. Strategia che però non pagherà: l’Australia ha già chiuso la porta in faccia a Xi. Dai mari alla terra, poi, allarga lo Sco (l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), all’Iran: un asse Pechino-Mosca-Teheran che si concentrerà sull’Afghanistan dove la Cina vuole stabilirsi in cambio però, prima, di solide garanzie dal nuovo governo talebano».

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