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Buoni dati dall’Istat sul Pil in Italia. Gianni Trovati sul Sole 24 Ore.

«Sono stati i consumi interni a produrre larga parte della ripresa italiana nel secondo trimestre. Il dato emerge dalla stima definitiva del Pil diffusa ieri dall’Istat, che conferma i numeri preliminari pubblicati a fine luglio (+2,7% in termini congiunturali rispetto al primo trimestre, +17,3% in termini tendenziali rispetto allo stesso periodo 2020) e ne dettaglia le componenti. I consumi delle famiglie hanno prodotto una spinta del 2,8%, un altro 0,5% è arrivato dagli investimenti fissi lordi e uno 0,3% dall’export, mentre la diminuzione delle scorte ha determinato una contrazione dello 0,8% e il contributo della spesa pubblica è stato negativo per due decimali. Nello stesso periodo, chiosa l’analisi dell’Istituto di statistica, «le ore lavorate sono cresciute del 3,9% in termini congiunturali, le posizioni lavorative dell’1,9% mentre i redditi pro capite sono risultati sostanzialmente stazionari». I nuovi conti economici trimestrali traducono dunque in cifre prima di tutto quello che si poteva vedere a occhio nudo, cioè l’effetto espansivo della ripresa delle attività con il progressivo allentamento delle restrizioni anti-pandemia che hanno accompagnato la discesa dagli oltre 20mila contagi giornalieri di fine marzo alle poche centinaia di fine giugno. Ma i numeri gettano anche qualche premessa positiva sul trimestre estivo, che potrebbe fotografare per la terza volta consecutiva un’economia italiana in risalita anche se con un tendenziale meno spumeggiante: il +17,3% confermato ieri nasce infatti dal paragone con il trimestre schiacciato dal lockdown 2020, mentre i dati di luglio-settembre 2021 dovranno confrontarsi con l’unico trimestre di (forte) rimbalzo registrato lo scorso anno. I semi positivi per il nuovo periodo sono gettati soprattutto dalla diminuzione delle scorte e dal contributo negativo della spesa pubblica, che quindi non ha dopato i dati appena elaborati dall’Istat. La dinamica del turismo estivo, favorita anche dal cambio dei parametri nella colorazione epidemica delle regioni che ha posticipato a fine agosto la ricomparsa della prima zona gialla, dovrebbe far proseguire la corsa dei servizi, che anche nel periodo aprile-giugno hanno fatto segnare un +2,9% contro il +1,6% raggiunto dall’industria mentre l’agricoltura è rimasta stabile. L’effetto rimbalzo dopo le restrizioni è evidente nella graduatoria della ripresa, che vede in testa commercio, alloggio, trasporto e ristorazione (+8,3% congiunturale) seguiti dalle attività artistiche e di intrattenimento (+7,7%). Il quadro offerto dall’Istat non è senza conseguenze. Con una crescita acquisita del 4,7%, e una Nadef in arrivo che potrebbe registrare una ripresa annuale intorno al 6% e un deficit più vicino al 10% che all’11,8% ipotizzato nel Def di aprile, sarà forte la spinta politica a considerare archiviata la crisi e a mettere in campo nuove misure di spesa, tanto più con una congiuntura tra le più vivaci dell’Eurozona (+2% medio, +1,6% in Germania e +0,8% in Francia). Ma l’Italia è stata tra i primatisti anche nel crollo del 2020, e nei numeri si incontra anche qualche allerta. È evidente l’esigenza di evitare un ritorno dell’Italia multicolore che nell’ultimo inverno ha cadenzato la geografia delle chiusure, e che riproponendosi azionerebbe un freno potente al primo motore della ripresa italiana. Ma è chiara anche l’urgenza di superare in fretta le difficoltà incontrate fin qui dall’industria nell’adeguarsi al riequilibrio della domanda, mentre l’aumento delle ore lavorate più forte rispetto al tasso di crescita conferma che la lunga stagnazione della produttività italiana prosegue».

Dario Di Vico dalla prima pagina del Corriere però avverte: niente entusiasmi per il dato del Pil. Sarà il terzo trimestre a dirci la verità sulla ripresa italiana.

«Il riepilogo sull’andamento economico del secondo trimestre 2021 va maneggiato con cura. E quel +17,3% sul secondo trimestre ’20 è un numero che va letto e dimenticato. Non ci racconta niente di significativo sull’itinerario dell’economia italiana al tempo della variante Delta perché il confronto è con un trimestre tragico, condizionato dall’offensiva del virus. Caso mai vale la pena aspettare i dati sul terzo trimestre ’21 che dovranno rapportarsi a un analogo periodo del ’20 decisamente effervescente. Ma torniamo ai numeri di ieri: il +2,7% di aprile-giugno di quest’ anno su gennaio-marzo è sicuramente un buon risultato, anche se è una mera conferma di quanto era stato previsto dall’Istat in sede di stima preliminare. Significa però che la crescita acquisita per il 2021 è del 4,7%, non poco. Di conseguenza se ne può dedurre che il dato definitivo del Pil dell’anno in corso finirà per oscillare tra il +5,5 e +6%, come sostengono diversi istituti indipendenti di ricerca. È interessante poi vedere come quel 2,7 sia stato trainato in gran parte dai consumi dalle famiglie e in misura minore dagli investimenti mentre la componente dell’export non è stata così larga come i risultati, ad esempio del food, potevano far sperare. Anche in questo caso – consumi delle famiglie – è successo solo ciò che si auspicava ovvero che per un effetto di rotazione della domanda i cittadini riprendessero a spendere laddove si erano dovuti limitare a causa delle restrizioni sanitarie. Merita una segnalazione anche l’aumento congiunturale delle ore lavorate (+3,9%) e delle posizioni lavorative (+1,9%). Detto questo, bisogna però essere molto cauti, il percorso che dovrebbe portarci verso l’auspicato 6% non è affatto in discesa. Anzi. Ce lo suggeriscono innanzitutto un paio di indicatori: l’ultima indagine a campione del Centro Studi Confindustria sulla produzione industriale riferita a luglio segnala una imprevista contrazione dello 0,7% rispetto al mese precedente e l’indice Istat di fiducia delle imprese ad agosto, dopo 8 mesi consecutivi di aumento, è calato da 115,9 a 114,2 (mentre quello delle famiglie ha subito solo una limatura da 116,6 a 116,2). Niente di trascendentale ma comunque un’inversione della tendenza. Se poi passiamo dalle statistiche alla fenomenologia economica le raccomandazioni alla cautela trovano nuovi argomenti. Il primo caveat arriva dalla crisi di approvvigionamento dei semiconduttori rivelatasi più grave e più lunga del previsto. Fermate dell’industria dell’automotive si stanno susseguendo in tutto il mondo e in Italia hanno interessato Pomigliano, la Sevel di Atessa e adesso Melfi, il più grande stabilimento di Stellantis in Europa. L’oroscopo di settembre non promette niente di buono e il rischio che la crisi dei semiconduttori si protragga nel 2022 è concreto. E a quel punto potrebbe compromettere non solo i programmi produttivi dell’auto ma anche quelli dell’elettronica e dell’industria dei macchinari. Per finire è giusto invitare a tener d’occhio il fronte dei prezzi. Se le ultime notizie indicano un raffreddamento degli aumenti di trasporti e noli, il boom delle materie prime alimentari sta creando tensione lungo la filiera, come testimoniato ieri dal dibattito dei panel di Cibus a Parma. L’industria si vedrà obbligata a trasferire a valle il maggior esborso per le commodity con il rischio concreto di determinare rilevanti aumenti dei prezzi al consumo, che andrebbero a raffreddare proprio il maggiore driver (la spesa delle famiglie) degli aumenti di Prodotto interno lordo degli ultimi mesi. Ma si può vivere di solo export? Direi proprio di no».

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