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Trasferta dei Talebani che cercano in Turchia appoggio diplomatico e finanziamenti per il nuovo governo afghano. Giuliano Battiston per il Manifesto.

«A due mesi esatti dalla caduta di Kabul, i Talebani cercano ancora il riconoscimento del loro governo e i soldi che non hanno. Entrambe le cose faticano ad arrivare. Per questo si moltiplicano gli incontri bilaterali, come quello di ieri a Istanbul, in Turchia. Guidata dal ministro degli Esteri del governo afghano a interim, il mawlawi Amir Khan Muttaqi, la delegazione dei Talebani ha incontrato esponenti del governo turco. I rapporti con Ankara si sono raffreddati nelle ultime settimane, dopo che è saltato – almeno per il momento – l’accordo sulla gestione dell’aeroporto di Kabul e dopo un botta e risposta a distanza tra il presidente turco Erdogan, che ha criticato la mancanza di inclusività del governo dei Talebani, e i portavoce del movimento, che hanno invocata sovranità. Al termine dell’incontro di ieri, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha dichiarato di aver dato consigli ai Talebani «sull’istruzione delle donne e sul loro ritorno al lavoro». Già due giorni fa, a margine di un incontro a New York, Cavusoglu aveva sollevato la «questione femminile». Anticipando – secondo il Guardian – una futura missione diplomatica di alcuni rappresentanti di Paesi a maggioranza musulmana, tra cui la stessa Turchia e l’Indonesia. La visita della ministra indonesiana Retno Marsudi avrebbe un forte valore simbolico: donna, musulmana, è a capo del ministero degli Esteri di un Paese da quasi 300 milioni di abitanti. Secondo quanto dichiarato dal Ministro degli esteri turco, ieri i Talebani avrebbero chiesto alla Turchia «di continuare con l’assistenza umanitaria e con gli investimenti nel Paese». Ma la vera convergenza tra Kabul e Ankara è sulla questione migratoria. Ankara chiede che Kabul sia disposta a riprendersi i migranti afghani che entrano sul territorio turco. Ed entrambe le capitali usano la leva dei flussi migratori per condizionare le politiche della comunità internazionale, in particolare della fortezza Europa. Tre giorni fa, durante il G20 straordinario sull’Afghanistan voluto dal presidente del Consiglio Mario Draghi, Erdogan ha «battuto cassa», proponendo una cabina di regia apposita e paventando nuovi flussi irregolari. Mentre il ministro degli esteri talebano, Muttaqi, ha tirato fuori la questione nel corso dell’incontro trilaterale che si è tenuto subito dopo a Doha, con i rappresentanti dell’Unione europea e degli Stati Uniti. «Indebolire il governo afghano non è nell’interesse di nessuno perché gli effetti negativi avranno conseguenze dirette nel resto nel mondo nel settore della sicurezza così come per le migrazioni economiche dal Paese». Così Muttaqi. Che ha chiesto la rimozione delle sanzioni che pesano sul suo governo. «Sollecitiamo i Paesi del mondo a mettere fine alle sanzioni esistenti e a fare in modo che le banche tornino a operare normalmente, così che le organizzazioni di sostegno possano pagare gli stipendi al loro personale con i loro fondi e tramite l’assistenza finanziaria internazionale». Richieste simili arriveranno tra qualche giorno. Il 20 ottobre Mosca ospiterà un incontro che, rispetto al G20 di pochi giorni fa, ha il pregio di includere tutti gli attori regionali. I Talebani chiederanno soldi, riconoscimento. Le capitali regionali, a loro volta, chiederanno sicurezza, stabilità interna, maggiore flessibilità, anche sui diritti umani. Tra i diritti fondamentali, ricorda un report reso pubblico ieri da Amnesty International, c’è quello all’istruzione. Il 17 settembre sono state riaperte le scuole, ma solo per i bambini. Le scuole per le bambine, dalle medie in su, sono chiuse. Tranne che in alcuni casi e solo in poche province del Nord, dove nei giorni scorsi i Talebani hanno consentito la riapertura. Ma in generale, nota Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, «i diritti e le aspirazioni di un’intera generazione di ragazze sono state soppresse». Amnesty International chiede l’immediata riapertura di tutte le scuole del Paese e la fine delle intimidazioni e degli abusi che riducono il tasso di frequenza per le bambine anche nelle classi inferiori alle medie e superiori».

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