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Sul Foglio Giuliano Ferrara (lo trovate nei pdf) lo ricorda con grande rispetto: “Powell era l’opposto di un cospiratore del Deep State”, ma è indubbio che Colin Powell, scomparso ieri all’età di 84 anni, passerà alla storia per la fialetta fake mostrata al mondo per giustificare la guerra a Saddam Hussein. Giampiero Gramaglia per il Fatto.

«Chi sarà il primo presidente nero degli Stati Uniti? Se l’aveste chiesto, negli anni 90, e ancora fino al 2001, a un qualsiasi afro-americano, vi avrebbe probabilmente risposto Colin Powell. La sua era stata una carriera senza passi falsi: il primo nero capo di Stato Maggiore delle forze armate Usa all’epoca della Guerra del Golfo – presidente Bush sr -, dopo essere stato il primo consigliere per la Sicurezza nazionale nero col presidente Reagan; e, nel 2001, era divenuto il primo Segretario di Stato nero con Bush jr. Repubblicano moderato, Colin Powell, che godeva della stima e del rispetto di molti democratici, è morto ieri di Covid, all’età di 84 anni, divenendo, così, il cittadino statunitense più illustre vittima del contagio. Pienamente vaccinato, ma affetto da un tumore e con difese immunitarie molto basse, prima di spirare ha ringraziato per le cure il personale del Walter Reed National Medical Center. Powell era da tempo in pensione ed era fuori da giochi da quando apparve chiaro che si era lasciato coinvolgere – non è mai emerso in che misura consapevolmente – nei giochi di George W. Bush e dei suoi “neo-cons”, dopo l’11 settembre 2001, l’attacco all’Afghanistan, l’ondata di patriottismo che obnubilò gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato rispettato ovunque divenne il volto della campagna per convincere il mondo che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa, che invece non c’erano, e per giustificare l’invasione del Paese e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, che non c’entrava nulla con l’attacco all’America dell’11 settembre. La mattina del 5 febbraio 2003, Powell presentò all’Onu le prove – false – della minaccia irachena: dirà poi d’avere creduto, in buona fede, ai rapporti dell’intelligence, cui avrebbe però chiesto qualcosa di più convincente di una fialetta contenente polvere bianca e di foto di camion militari. La misura del fallimento della missione fu immediata e fragorosa: le sue parole furono ascoltate, ma non furono credute, e caddero nel gelo di una riunione allargata del Consiglio di Sicurezza. Invece, il veemente discorso anti-invasione del ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin suscitò un applauso travolgente. Da quel giorno, la credibilità di Powell non si risollevò più: alla fine del primo mandato di Bush jr, lasciò l’Amministrazione, sostituito al Dipartimento di Stato da Condoleezza Rice, la prima donna nera in quel ruolo; nel 2008, sostenne alle Presidenziali Barack Obama, che realizzò il sogno da lui reso possibile; e, nel 2016, contrastò l’ascesa di Trump. Ma non recuperò più il rispetto e la stima di cui prima godeva nell’opinione pubblica degli Stati Uniti. “Abbiamo perso uno straordinario marito, padre, nonno e un grande americano”, scrive la famiglia sui social. Dal suo eremo texano, Bush nota: “L’America perde un grande servitore dello Stato”. Il presidente Joe Biden, che nel 2003 non si oppose all’invasione dell’Iraq, gli rende omaggio: rappresentava “gli ideali più alti della diplomazia e delle forze armate statunitensi”. E l’attuale capo del Pentagono, un generale nero, Lloyd Austin, dice: “Il mondo ha perso uno dei leader più grandi”. Nonostante fosse figura controversa, non c’è traccia di polemica nei commenti postumi a questo “guerriero riluttante” che combatté e perse una battaglia sbagliata».

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