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L’Unicredit comprerà il Monte dei Paschi? Il punto della vicenda con Sandra Riccio per La Stampa.

«C’è l’impegno a tutelare il marchio Mps, i posti di lavoro ed evitare che della banca si faccia uno «spezzatino». Ma c’è anche la prudenza legata a un’operazione di mercato ancora in corso. Così il governo affronta in queste ore il dossier del Monte dei Paschi di Siena, che agita la maggioranza. Il dossier è sul tavolo di Daniele Franco, il ministro dell’Economia che, sotto il pressing dei partiti, riferirà mercoledì alle commissioni Finanze di Camera e Senato. La battaglia politica infiammata dal voto a Siena, dove è candidato il leader Pd, era in qualche modo attesa ma si inserisce in un percorso tracciato assieme all’Europa. Dopo il salvataggio dell’istituto senese da parte dello Stato, c’è l’obbligo di uscire dall’azionariato entro la fine dell’anno. La politica, però, vorrebbe prendere tempo. E la mossa finisce sotto il fuoco di tutti i partiti. «La svendita e lo spezzatino sono impensabili» dice Matteo Salvini, che teme gli oltre 5000 esuberi e propone di creare il «terzo polo bancario italiano», una banca dei «territori», unendo Mps ad «altri istituti emiliani, liguri o pugliesi». Di fronte alla crisi della banca, ultima negli stress test europei, Salvini punta il dito contro il Pd: «Mps è sopravvissuta alle guerre, rischia di non sopravvivere ai Dem. Il deputato del Pd di Siena (Padoan) si è dimesso per andare a fare… il presidente di UniCredit. Vi sembra normale?», attacca. Letta, che all’elezione a Siena ha legato la sua segreteria, segue con attenzione il dossier e incontrerà gli attori sociali, economici e politici locali per confrontarsi con loro, avendo quattro stelle polari: tutela del lavoro, del marchio, centralità del territorio e unità della banca, per evitare lo «spezzatino». Il tema Mps, di cui Renato Brunetta potrebbe chiedere a Mario Draghi di parlare in Cdm, tiene intanto banco in Parlamento. Alla Camera, a inizio della seduta domenicale sulla riforma della Giustizia, gli interventi sono polemici. Non solo Fdi ma anche Lega e Pd chiedono di ascoltare Franco. Il presidente Roberto Fico inoltra al governo la richiesta e Federico D’Incà annuncia una risposta a ore. Formalmente le richieste sono diverse: una di riferire in Aula, una di intervenire nelle commissioni Finanze, una di parlare alla commissione d’inchiesta sulle Banche e una di attuare la legge che prevede di riferire su operazioni bancarie. L’informativa avverrà: si stanno valutando tempi (se già questa settimana o a settembre) e luogo. Ma Franco non potrà sbilanciarsi sugli aspetti della trattativa. In queste ore dal ministero dell’Economia arrivano rassicurazioni sull’impegno del governo a tutelare Mps. Finché non si definirà il perimetro dell’operazione, è difficile stimare gli esuberi ma impegno è ridurli il più possibile e gestirli, anche rifinanziando strumenti come il fondo esuberi per le banche. Quanto al marchio, si lavora per tutelarne il valore, anche in termini di presenza degli sportelli sul territorio. E poi c’è allo studio un intervento per sostenere l’area senese, con il sostegno a settori lì molto presenti come la farmaceutica».

Le trattative su Mps non sono passate inosservate a Bruxelles. Lo spiega Claudio Tito su Repubblica.

«Il dossier non è mai scomparso dalle scrivanie di Bruxelles. Rimane sempre una priorità. Ma dopo gli ultimi sviluppi sulla possibile cessione della quota di controllo detenuta dal Tesoro, i fari dell’Antitrust europeo sono tornati ad accendersi. Insomma la vicenda del Monte dei Paschi torna sotto osservazione della Commissione, e in particolare del portafoglio di cui si occupa la danese Margrethe Vestager. Non si tratta di una decisione, ma di una attenzione che potrebbe portare a settembre, quando i lavori dei Palazzi europei riprenderanno a pieno ritmo, alla richiesta di chiarimenti. Allo stato gli uffici dell’Unione europea non potrebbero nemmeno adottare un provvedimento. Insufficienti le informazioni sulle operazioni in corso. Preliminari i contatti tra l’Economia e i vertici di Unicredit. Il capitolo Mps, del resto, è da tempo illuminato dagli uffici che si occupano di concorrenza e antitrust. Già prima che prendessero forma questi nuovi atti Bruxelles si attendeva entro la fine dell’anno una comunicazione formale su come il Tesoro avrebbe voluto procedere per arrivare ad un’effettiva privatizzazione della banca toscana. Quel 64 per cento di azioni detenuto dal socio pubblico, frutto del “salvataggio” deciso dall’allora governo Monti, resta una spina. Una questione irrisolta su cui l’Unione non ha mai smesso di vigilare. Anche nel 2019 l’Antitrust comunitario ha fatto scattare i controlli nel momento in cui si profilò la possibilità di vendere circa sette miliardi di Npl, ossia crediti deteriorati, alla Sga, la società del ministero dell’Economia che gestisce gli attivi dello stesso dicastero. A questo punto, proprio perché l’esecutivo italiano (non questo in carica) si era impegnato a uscire dal capitale dell’istituto entro aprile 2022 e perché già si attendevano delucidazioni sui criteri con cui arrivare all’obiettivo, ancora di più le antenne brussellesi si sono attivate. Il nodo è sempre lo stesso: capire se l’operazione possa configurare un aiuto di Stato. Le verifiche dell’Antitrust europeo si concentrano quasi solo su questo aspetto. Se, in particolare, emerga il rischio di danneggiare la concorrenza dei soggetti attivi sul territorio comunitario. Se, ad esempio, il prezzo con cui il Tesoro cederà le quote risponda ad una logica di mercato. O se la gestione degli Npl sia inserita in una dinamica di libero mercato. Va anche tenuto presente che le banche rientrano nella disciplina del Golden Power – almeno fino alla fine di dicembre – grazie all’estensione della normativa “protettiva” stabilita con la crisi-Covid e che quindi i margini di manovra in parte possono essere più agevoli. Resta il fatto che a Bruxelles l’attenzione è salita e a settembre difficilmente non saranno compiuti passi più formali. Sebbene le prime mosse del governo sembrino proprio tenere conto delle esigenze Ue. L’ipotesi “spezzatino”, infatti, potrebbe essere anche lo strumento per non incappare nelle sanzioni europee. La divisione in più parti dell’istituto potrebbe equivalere al coinvolgimento di più investitori – non solo Unicredit – con l’obiettivo di non contravvenire alle regole europee. Certo, lo “spezzatino” viene giudicato in Italia anche come un modo per tagliare il legame tra il Monte e il suo territorio, ma questo a Bruxelles non viene preso in considerazione. Mentre le garanzie che dal punto di vista delle regole Ue potrà dare Mario Draghi sono la prima circostanza che nei palazzi europei stanno già valutando. Mercoledì il ministro dell’Economia Franco riferirà al Parlamento, come richiesto dalle commissioni Finanze».

Giuliano Zulin nell’articolo di fondo per Libero spezza una lancia in favore della fusione.

«I partiti si sono tutti messi di traverso per ostacolare la probabile fusione tra Unicredit e Mps. Si agitano perché non vogliono esuberi, si ergono a difensori dell’istituto più vecchio del mondo (forse), si battono contro “regali” alla banca milanese. Dov’ erano però in questi anni? Nel 2016, dopo le dimissioni di Renzi, nacque in un fine settimana il governo Gentiloni proprio per varare il decreto salva-banche, che permise il salvataggio – a carico nostro- del Monte. Valeva una ventina di miliardi. Il ministro dell’Economia era Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit. Conflitto d’interessi? Macché, per quelli di sinistra non esiste mai, loro sono puri. Con quei 20 miliardi inizialmente si salvarono Popolare Vicenza e Veneto Banca, che finirono a Intesa, aiutata appunto con denari pubblici. Il ministero dell’Economia invece è rimasto primo azionista di Siena, senza riuscire a risollevarla. Per dire: il Tesoro ha in carico le azioni a 7 euro, ora valgono 1,2. Male. Talmente male che recentemente gli enti di controlli europei hanno stabilito che Mps, in caso di ulteriori avversità, fallirebbe, la peggiore banca continentale. In più la Ue preme affinché lo Stato esca da Mps e le proroghe sono terminate. È finita la pacchia. E allora meglio svendere Mps a Unicredit che tenerla così com’ è. L’operazione costa al Tesoro fino a 10 miliardi. Ma almeno sarebbero gli ultimi che ci tocca tirar fuori. Se Siena rimanesse autonoma, fra due anni toccherebbe sborsare altri miliardi. Insomma, un’altra Alitalia. Vogliamo questo? Anche no».