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Il racconto della foresta di Monica Perosino inviata a Narewka, in Polonia, per La Stampa.

«Mustafa Murshed Al-Raimi, yemenita di 37 anni, è stato seppellito ieri mattina nel cimitero tataro di Bohoniki, vicino al confine con la Bielorussia, dalla comunità musulmana locale. La sua tomba, decorata da rami di abete e circondata da pietre, ora sta vicino ad altre due identiche, quella del 19enne siriano Ahmed Al-Hassan e quella di un migrante africano ignoto. «Nessuno merita di morire nella foresta», dice più volte l’imam durante il rito. Mustafa è una delle 13 vittime della foresta di Biaowiea, al confine tra Polonia e Bielorussia, dove da mesi sono intrappolati migliaia di migranti, spinti da Lukashenko e respinti da Varsavia. Conosciamo il numero di morti di freddo e di stenti solo grazie alle Ong che lavorano lungo la frontiera. Perché la zona è blindata a occhi e aiuti, nessuno può entrare, nessuno può uscire, nessuno sa cosa succede. Appena ci si avvicina troppo alla zona blindata da militari, check-point e filo spinato arriva subito un sms: «Il confine polacco è sigillato. Le autorità bielorusse vi hanno mentito. Tornate a Minsk! Non accettate nessuna pillola dai soldati bielorussi». Firmato: il governo polacco. Il timore è che la sconfinata foresta nasconda altre vittime, o chi lo potrebbe diventare presto. Come San, un bambino iracheno di cinque anni, scomparso del nulla. Con la madre si stava nascondendo nella zona rossa da 15 giorni quando si è perso, inghiottito nel buio. La madre, Eman, ha raccontato ai soccorritori che «ogni notte i bielorussi ci trasportavano in Polonia e i polacchi ci respingevano». Alla fine la donna è svenuta, e si è risvegliata, sola, in un ospedale polacco. Dove sia San non si sa. Forse è ancora nella foresta di Biaowiea. Entrare nell’ultima foresta primordiale rimasta in Europa è un distillato di paura, primordiale anch’ essa. La barriera di filo spinato è quasi rassicurante, un segno che qualcuno da lì è passato. Per superarla si attraversano invisibili varchi, che vengono aperti ogni notte con martinetti rudimentali, e poi richiusi, o gettando tronchi da usare come ponti. Il buio è assoluto, il freddo è indicibile, con le temperature che arrivano a -7° e una nebbia ghiacciata che bagna le ossa. Un passo falso e ti inzuppi i piedi negli acquitrini, nascosti sotto gli aghi di pino. Anche con abiti termici, calzature impermeabili e tutto quello che può servire a scaldarsi, bastano poche ore perché il gelo di Biaowiea ti sconfigga. E chi si nasconde qui non ha certo dotazioni termiche di ultima generazione. A terra ci sono i segni di chi è passato: c’è un test antigenico di un ragazzo iracheno, il visto «turistico» per la Bielorussia di un siriano, in una buca scavata in terra, forse per dormire, il brandello di una coperta blu e una bottiglia vuota. La lampada frontale illumina un giacchino da bambino tra le foglie. E ora come farà? Ma non è solo il freddo. È il buio assoluto, i latrati dei cani in lontananza (saranno quelli dei soldati?), il vento che sibila incessantemente. Dopo una sola ora il senso dell’orientamento è perduto, i sensi intorpiditi, il battito rallentato, camminare e pensare diventano difficili. Macjek, che nella foresta ci vive, tira fuori il thermos di tè caldo e dolcissimo, si siede su un tronco: «Non devi bagnarti i vestiti, sennò…», sennò muori. Ma è impossibile non bagnarsi con questa nebbia che diventa pioggia e poi nevischio, che impregna la terra, l’aria. Per questo ogni notte, Macjek esce dalla sua casa di legno scuro, anche lei «prigioniera» della zona rossa, e dissemina la foresta di cappelli di lana, calze e barrette energetiche: «Nessuno dovrebbe passare neanche una notte qui, non è per gli uomini, il freddo fa morire, ma la foresta fa impazzire», sentenzia. Oggi è in programma un altro funerale, a Bialyostok, nella stessa città che ieri ha ospitato la marcia organizzata dal partito Konfederacja, la destra della destra. Una messa nella chiesa di St. Roch, poi la manifestazione in onore dei «soldati e dei poliziotti che ci proteggono dall’attacco». E mentre Varsavia sostiene che le guardie di frontiera «hanno registrato 208 tentativi di varcare il confine», il premier Morawiecki, dice che «questo è il più grande tentativo di destabilizzare l’Europa» dalla fine della Guerra Fredda. E avverte: «Oggi l’obiettivo è la Polonia, domani sarà la Germania, il Belgio, la Francia o la Spagna», e Lukashenko ha il «sostegno dietro le quinte di Putin».

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