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Nessuna “safe Zone” come aveva proposto il presidente Macron. I talebani si sono opposti e gli americani sono sembrati scettici. Il ritiro e l’evacuazione degli occidentali, e degli afghani a loro vicini, finisce oggi. Per ora. Il punto di Roberto Fabbri sul Giornale.

«Scade la «deadline» del 31 agosto per il ritiro americano da Kabul e si moltiplicano a livello internazionale le iniziative politiche per gestire la difficile situazione afgana. Una riunione straordinaria dei Paesi del G7, allargata ai rappresentanti di Nato e Ue oltre che della Turchia e del Qatar, si è tenuta in formato virtuale per cercare una linea comune. La minaccia terroristica torna a fare paura, ed è perciò stata evidenziata la volontà di impedire che l’Afghanistan torni a essere un porto sicuro per il fanatismo islamico armato. (…) E mentre il Consiglio d’Europa ricorda ai Paesi membri il dovere morale dell’accoglienza dei profughi afghani, nelle stesse ore a New York il Consiglio di Sicurezza, dopo una tempestosa riunione ristretta dei rappresentanti dei «cinque Grandi» delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) ha messo al voto e pure approvato una risoluzione che chiede un passaggio sicuro per coloro che dopo il ritiro delle forze americane intendono lasciare l’Afghanistan. La bozza della proposta, concepita in origine da Parigi sulla creazione di una zona di sicurezza nell’area dell’aeroporto di Kabul in cui attuare operazioni umanitarie anche dopo oggi, data del ritiro concordato delle truppe americane, è stata ammorbidita per consentirne l’approvazione di Russia e Cina, che alla fine si sono astenute. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano comunque trovato unità d’azione in Consiglio di Sicurezza, elaborando una risoluzione comune, ma il testo non nomina più l’istituzione di una «safe zone». Essa riprende piuttosto i contenuti della dichiarazione firmata domenica da decine di governi di tutto il mondo (ma non dalla Russia e dalla Cina) e afferma che «i membri del Consiglio si aspettano che i talebani aderiscano agli impegni presi affinché gli afghani possano uscire dal Paese in ogni momento, compreso dall’aeroporto di Kabul, senza che nessuno gli impedisca di viaggiare»: impegno che i talebani dicono di voler onorare. Ieri sera, però, gli stessi talebani si sono detti contrari a una «safe zone», affermando che «la guerra è finita e quindi non ce n’è bisogno». Un ostacolo che sembra difficile poter superare. Del resto ieri gli stessi russi, nel dare a parole la loro disponibilità all’istituzione di una zona umanitaria, avevano precisato che un’intesa con i talebani fosse necessaria. L’aspetto della zona di sicurezza compare solo in filigrana nel testo della risoluzione laddove «si chiede di rafforzare gli sforzi per fornire assistenza umanitaria all’Afghanistan e si domanda a tutte le parti di permettere un accesso umanitario pieno, sicuro e senza ostacoli dell’Onu, delle sue agenzie e dei suoi partner». A tale riguardo va osservato che in questa fase difficilissima la presenza dell’Onu e delle sue agenzie sul territorio afgano è ridotta all’osso. È chiaro che, nel momento in cui un voto favorevole del Consiglio di Sicurezza consente di rilanciare l’assistenza umanitaria, l’Onu dovrà affrontare rapidamente due questioni: quella delle sue forze da mettere in campo e quella, di natura più politica e che riguarda gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, di individuare per le Nazioni Unite un ruolo operativo in Afghanistan che eviti fughe in avanti da parte di attori come Russia, Cina e Pakistan, tutti interessati a rapporti privilegiati con il governo talebano».

Il punto sui profughi afghani in Italia e sulle intenzioni della Ue, dopo le parole di Mattarella a cura di Marco Ludovico del Sole 24 ore.

«Servono 5mila posti per gli afghani evacuati da Kabul. Circa 600 sono già entrati nel circuito del ministero dell’Interno. I restanti, completato il periodo di quarantena presso le strutture rese disponibili dal ministero della Difesa, dovranno trovare una sistemazione. È una delle priorità sopraggiunte per il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Con molti nodi da sciogliere. A partire dai numeri: subito disponibili così tanti posti non ci sono. Ma il tempo per trovarli è poco. Questione di giorni. Così il Viminale sta giocando su più tavoli. I prefetti sono allertati da un pezzo. I cas, centri di accoglienza straordinaria, sono una prima soluzione, ma spesso piena di incognite, limiti e precarietà. C’è poi il sistema Sai (sistema di accoglienza e integrazione), ex Sprar, organizzato tra Viminale e Comuni: i livelli di integrazione e accoglienza sono buoni, ma i posti limitati e gli oneri più alti. Ci vorrebbe una norma ad hoc per aumentarli. Si fa avanti il terzo settore, da più parti, ed è una risorsa preziosa. Ma non risolve tutto. Ci sono anche numerosi privati generosi con le loro disponibilità già avanzate. Non si rifiutano, anzi. Vanno però garantite le condizioni di sicurezza per tutti. Negli alloggiamenti pubblici, inoltre, va risolto un problema delicato. Gli afghani arrivati a Fiumicino sono spesso collaboratori dello Stato italiano da anni, numerosi con un’istruzione superiore, famiglie al completo. Meriterebbero un livello di attenzione adeguato: non si improvvisa in pochi giorni. Già la Difesa guidata da Lorenzo Guerini, del resto, ha approntato un sistema di prima accoglienza e quarantena coordinato dal Covi, il comando operativo di vertice interforze guidato dal generale Luciano Portolano. Lo stesso centro di pianificazione e coordinamento dei voli da Kabul per salvare gli afghani con le nostre forze speciali presenti in aeroporto, oggi rientrano a Fiumicino accolte da Guerini insieme a Portolano. Gli afghani sono distribuiti tra strutture dell’Esercito, Marina e Aeronautica, ma anche edifici resi disponibili dalle regioni Abruzzo, Calabria, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Trento e Bolzano. Carabinieri e Guardia di Finanza hanno dato una mano con i loro mezzi per i trasferimenti. In queste ore Luciana Lamorgese e i suoi tecnici fanno riunioni di continuo per assicurare uno sbocco generale. Ma la sistemazione dei profughi afghani nelle regioni passa anche da una condivisione politica. Non sempre scontata. Oggi comunque, Lamorgese partecipa a una riunione straordinaria dei ministri degli Affari interni dell’Unione europea. Ribadirà l’impegno dell’Italia, dimostrato già con i numeri dei profughi portati via da Kabul – le cifre della Difesa parlano di 5.100 complessivi evacuati di cui 4.890 afghani – e sottolineato sia dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma il ministro dell’Interno intende anche rilanciare la questione del Mediterraneo centrale, a tutti gli effetti criticità incessante. Al 30 agosto sono sbarcati 38.788 migranti, recita il cruscotto statistico del Viminale: nello stesso periodo erano stati 19.194 nel 2020 e 5.089 due anni fa. Un terzo dei migranti giunti in Italia è tunisino, ma anche la Libia resta una zona ad alto livello di instabilità. Il rischio di un disimpegno europeo su questo fronte, ora poco visibile sul piano politico, è dietro l’angolo».

Emma Bonino su La Stampa torna a polemizzare sul ruolo dell’Europa e si chiede chi abbia davvero trattato a Doha con i Talebani.

«Il presidente Mattarella con la sua autorevolezza ha messo le carte sul tavolo. Ovvero: questa solidarietà non significa che ci possiamo voltare dall’altra parte né tanto meno possiamo usare l’aiutiamoli a casa loro, nella versione multilaterale di questi giorni di Orban Meloni che non è più aiutiamoli a casa loro ma aiutiamoli vicino a casa loro, cioè in Tagikistan, Pakistan Iran, dimenticando che questi sono Paesi, amici o non amici, che si sono già fatti carico di decine e decine di migliaia di immigrati afghani negli anni scorsi. E’ davvero sconcertante parlare di solidarietà senza accoglienza. Tradotte in politica le frasi di Mattarella dicono che l’Europa ha bisogno di una politica estera e di difesa all’altezza delle sfide che deve affrontare. Purtroppo lo diciamo da trent’ anni e non succede mai. Guardando l’Afghanistan oggi il caos è indescrivibile. Alla situazione drammatica che è sotto gli occhi di tutti si aggiunge una frenesia diplomatica confusa e a babbo morto. Riunioni su riunioni, summit su summit. Tutti si agitano e nessuno si muove. Mattarella invita a dialogare, bene certamente è meglio parlarsi che sparare, questo è sicuro. Però è anche vero che nessuno sa cosa fare. Aggiungo: mancano, a mio avviso, due informazioni fondamentali. La prima è: questo accordo bilaterale tra Usa e talebani «moderati» che io non ho mai conosciuto però può darsi che esistano, che cosa contiene? Io ho visto estrapolazioni affidabili in cui c’è l’impegno a proteggere i diritti umani in terra in cielo e in mare di donne, bambini e quant’ altro ma il giorno dopo un autorevole esponente di questa fazione «moderata» ha detto comunque noi applichiamo la sharia. Tutti sappiamo cosa vuol dire applicare la sharia. Poi se ne è uscito un altro talebano moderato anche lui che ha detto no la musica no e un altro ha aggiunto che nessun afghano lascerà più il Paese. Sapere chi c’era al tavolo e chi ha firmato è molto importante per capire con chi è stato fatto quest’ accordo. Lo hanno sottoscritto anche i signori della guerra e relativi clan? Difficile che vogliano applicare un accordo del quale non sono stati parte. Sarebbe importante sapere quanta parte dell’Afghanistan ha firmato questo accordo perché chi non l’ha firmato non se ne starà tranquillo. Il problema è quindi con chi si sta trattando. L’Europa si deve prendere delle responsabilità, lo deve capire, anche se sono trent’ anni che non lo capisce. Senza una politica estera e di difesa comune , saremo sempre più irrilevanti. E dobbiamo essere sicuri di dove mettere i piedi. Martedì prossimo verranno in aula i ministri Guerini e Di Maio e formalmente chiederò che almeno questi due punti si faccia chiarezza. Senza una conoscenza più specifica non si va da nessuna parte. L’Isis-K che improvvisamente fa attentati. Ne sapevamo qualcosa? Un amico dall’Australia mi ha mandato un documento formale che il governo australiano ha inviato al Consiglio di sicurezza spiegando chi, come e quando si sono strutturati questi dell’Isis-K. Io non ne sapevo nulla per mia colpa. Non so se altri l’hanno ricevuto e non gli hanno dato peso. Ma il documento è di maggio. La riorganizzazione di questo gruppo è probabilmente frutto del grande errore fatto dagli americani annunciando un anno prima il ritiro. Tornando alle parole di Mattarella e al suo richiamo alle forze politiche perché abbiano il coraggio di spiegare alle opinioni pubbliche che se non ci facciamo carico dell’accoglienza dei profughi questi finiranno nelle mani di scafisti e trafficanti di esseri umani questa è la tragica storia di tutte le migrazioni «clandestine». Ogni immigrante per queste organizzazioni è oro. Come il papavero, che tra l’altro produce circa l’80% di tutta la morfina che consumiamo al mondo, o può trasformarsi in eroina altrettanto preziosa».

Fabrizio Caccia sul Corriere racconta dell’Hub della Croce Rossa in Abruzzo, uno dei luoghi di prima accoglienza per gli afghani portati in Italia.

«La quiete della conca del Fucino sembra fatta apposta per loro, che adesso hanno bisogno soprattutto «di pace, tranquillità e di un nuovo inizio», come ti spiegano sorridenti in farsi , la loro lingua, Aria, Tanja, Saliha, ragazze ventenni di Kabul che dopo giorni di buio hanno ritrovato finalmente la voglia di parlare, anche grazie alla preziosissima opera di traduzione del signor Noor, il mediatore culturale afghano con la divisa della Croce Rossa, gigante buono da anni in Italia. Cielo azzurro e prati verdi intorno: i bimbi afghani giocano a campana e a pallavolo, ma sui fogli della ludoteca hanno disegnato occhi che piangono e alberi in fiamme. Com’ è lontano adesso il dirty river che costeggiava l’aeroporto di Kabul circondato dai talebani. La fogna a cielo aperto dove tutta la gente che oggi è ospite del campo ha atteso per giorni il proprio turno, prima di essere issata sul muro e tratta in salvo dai nostri valorosi parà del Tuscania. «Però la notte no, la notte tornano gli incubi – raccontano in coro le ragazze, mentre una di loro mostra sul suo telefonino il video terrificante dell’attentato di giovedì scorso -. Adesso siamo contente perché ci sentiamo al sicuro, ma il cuore e il cervello sono rimasti in Afghanistan». Già, si fa presto a dire «profughi». Qui, sotto le tende azzurre, tra il campo 1 e il campo 4 del grande hub della Marsica, scopri una comunità di uomini e donne laureate, studenti universitari, professionisti affermati che hanno dovuto lasciarsi alle spalle una vita intera: «Lavorando prima come colonnello dell’esercito afghano e poi per due anni all’ambasciata americana – racconta Shekib Ghafar Nooristani, 35 anni, in perfetto italiano, imparato all’Accademia militare di Modena – avevo accumulato circa 70 mila dollari di risparmi all’Afghanistan Bank, ma chissà se mai li rivedrò…». Sufia ha 21 anni, si stava per laureare in ingegneria edile a Kabul: «Noi giovani abbiamo sperato fino all’ultimo che i talebani fossero veramente cambiati come dicevano, ma poi hanno spento la musica e ci hanno fatto capire che presto per noi donne sarebbe ricominciata la persecuzione. Così siamo tornati indietro di vent’ anni. E allora non restava altro che andarcene: portiamo il capo velato perché siamo fervide musulmane, ma mai e poi mai metteremo il burqa come vogliono loro». Tra le tende si aggira anche l’ormai ex capo dell’ufficio culturale del ministero degli Esteri di Kabul eppoi un funzionario del ministero del Commercio, Abdul Rashid Ahmadzai. Ancora: un paio di giornalisti, una ginecologa, un professore di matematica, un altro di filosofia, una preside, una maestra d’asilo, Aziz che era il barista di Camp Arena e Harun Zarga interprete a Herat per i soldati italiani: «Con l’Afghanistan abbiamo chiuso – raccontano – ci torneremo solo se mai ritornerà anche la pace». Ci sono le atlete della nazionale di calcio afghana, Susan, Fatema, Friba già intervistate da mille tv e quelle del ciclismo, Yoldoz e Nooria. C’è anche un parrucchiere, Yasin, che per aver servito nella sua carriera soprattutto donne, con i talebani al potere avrebbe fatto una brutta fine, perciò adesso sta al campo 2 e rade pure le barbe degli uomini. Sotto le 160 tende del centro logistico della Croce Rossa sono arrivate 1.320 persone (224 famiglie, 324 minori di 12 anni), la fetta più grande dei 4.890 afghani salvati dalla missione italiana Aquila Omnia della Difesa. Coordinati dalla Protezione civile, vi lavorano con passione 56 tra medici e infermieri, 94 volontari, 20 mediatori, un team di psicologi oltre ai militari inviati dal generale Figliuolo per effettuare le vaccinazioni (ne mancano all’appello 150). Entro giovedì non ci sarà più nessuno: i 7 giorni di quarantena previsti stanno per scadere e le persone vengono via via trasferite negli alberghi o nelle strutture del Sai, il sistema di protezione per richiedenti asilo. Ieri in 55 sono partiti per Ofena e Montorio al Vomano, altri 104 per Edolo. «Ho perso tutto ma posso ricominciare – ci saluta Shekib, l’ex colonnello dell’esercito afghano – Sono qui con mia moglie Aisha e mia figlia di 6 anni che si chiama Jannat: nella nostra lingua vuol dire Paradiso».