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Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa torna ancora sullo scontro tra due storici procuratori del vecchio pool di Mani pulite, Francesco Greco e Piercamillo Davigo. Scontro sviluppatosi a proposito della loggia Ungheria. Domenica Greco ha parlato al Corriere, ieri il Fatto ha annunciato la querela di Davigo.

«Siccome fra cinque mesi saranno trent’ anni dall’avvio di Mani pulite (la grande inchiesta giudiziaria con cui vennero dichiarati criminali e demoliti i partiti al governo della Prima repubblica, e con cui si introdusse la Seconda sulla gara a chi fosse più nuovo e più onesto, fino alla parodia a cinque stelle), tocca ricordare ai più giovani che, di quel pool di inquirenti, erano glorificati protagonisti Francesco Greco e Piercamillo Davigo. Erano, come gli altri, i Tonino Di Pietro eccetera, gli eroi del riscatto per inflessibile rettitudine. Trent’ anni dopo forse la rettitudine s’ è flessa. Qui tocca proporre una sintesi brutale. Un pm di Milano, persuaso che la procura guidata da Greco temporeggi un po’ troppo e oscuramente nelle indagini su una certa loggia Ungheria (mai capito che fosse, ma raggruppava magistrati, politici e imprenditori), porta i verbali a Davigo, nel frattempo insediato al Csm. Davigo ne parla un po’ di qui e un po’ di là, finché non finiscono sulle scrivanie di qualche giornale, al punto che la segretaria di Davigo è indagata per violazione del segreto istruttorio. La segretaria eh, Davigo porello non ne sapeva nulla. L’altro giorno, intervistato dal Corriere, Greco ha definito irresponsabile il comportamento di Davigo, di aver fatto uscire notizie dal «perimetro investigativo». Secondo il Fatto, Davigo intende querelare il vecchio compagno e sarà un’emozione seguire il processo: quale delle due rettitudini ha subito una flessione? Non esistono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca, disse una volta Davigo. Se dovessimo prenderlo alla lettera, saremmo alla finalissima».

Oltre al caso Davigo-Storari-Ungheria nei giorni scorsi Silvio Berlusconi era tornato con un articolo saggio sul garantismo. Stefano Zurlo intervista Luciano Violante sul Giornale:

«Ero appena diventato magistrato». Luciano Violante fa un salto all’indietro nel tempo, agli anni in cui indossava la toga. «Condannammo un tizio a 7 anni. E io chiesi agli altri autorevoli colleghi: Ma sette anni di che cosa?». Onorevole Violante, cosa le dissero gli altri magistrati? «Mi guardarono più o meno come un marziano. Ma io avevo fatto il volontario nelle carceri, conoscevo il sistema e intendevo dire una cosa elementare: sette anni di pena possono essere faticosi ma sopportabili, oppure drammatici, quasi insostenibili se per esempio finisci nella prigione dove le celle sono sovraffollate e manca l’acqua corrente. Ecco, io credo che nella magistratura, di cui ho fatto parte fino al 1981 quando mi sono dimesso perché ero diventato parlamentare, manchi talvolta questa attenzione agli altri, a tutti gli altri». Attenzione agli imputati? «A tutti. Agli imputati. Agli avvocati. Ai testimoni. Se posso usare una parola semplice e profonda, direi che a volte manca il rispetto». Un pizzico di umanità? «Si. D’altra parte il modello architettonico…». Architettonico? «Si. Se ci fa caso, quando entra in un tribunale lei sale le scale. Vuol dire che i giudici sono più in alto del cittadino e a volte si ergono sul piedistallo della loro superiorità, qualche volta perfino su quello dell’arroganza». Onorevole, una volta lei era considerato il capo del presunto partito delle procure. Oggi lei bacchetta gli ex colleghi. «Un merito che non ho. Ci sono stati tre passaggi nella storia recente della magistratura, che mostrano una evoluzione preoccupante». Il primo? «La difesa dell’indipendenza della magistratura, a partire dagli anni Sessanta. È stata una battaglia sacrosanta, perché il potere politico e quello economico cercavano di condizionare la magistratura. Così le toghe hanno affermato la propria autonomia rispetto agli altri poteri, ma a questo punto non ci si è più fermati». Siamo al secondo passaggio. «Appunto: l’autogoverno. Che non è scritto da nessuna parte, tantomeno nella Costituzione, e invece i giudici hanno cominciato a riempire tutte le caselle del Csm e del ministero e a decidere la politica giudiziaria». La stazione successiva? «L’autoreferenzialità». Il parlarsi addosso? «Il concepirsi come una parte dello Stato per la quale non valgono le regole che invece la magistratura richiede agli altri. E infatti l’approdo è quello di un corpo separato dello Stato che in qualche modo afferma: Io sono il guardiano della purezza, io sono il guardiano della trasparenza, nessuno può venire in casa mia a contestarmi qualcosa. Penso ad alcune circolari del Csm svuotative delle leggi». Questo processo comincia con Mani pulite? «Più che di Mani pulite parlerei di manipulitismo, di epigoni di Mani pulite. In ogni caso, questa mutazione del ruolo della magistratura nella società è avvenuta per gradi, nell’arco di decenni, ed è stata favorita dalle emergenze nazionali: la mafia, il terrorismo, la corruzione. Ventuno magistrati sono stati uccisi nel Dopoguerra, un numero che non ha paragoni in Europa. Progressivamente la politica ha lasciato il campo alla magistratura e la magistratura se lo è preso». Luciano Violante è una delle personalità più importanti della sinistra italiana, parlamentare per molte legislature e figura di riferimento per generazioni di elettori. Ecco perché la sua riflessione colpisce ancora di più. Violante ha letto le parole di Silvio Berlusconi, pubblicate dal Giornale, sul valore del garantismo -«Perseguire o condannare un innocente – scrive il Cavaliere – è il peggior crimine che lo:stato possa commettere» – e l’intervista a Carlo Nordio; per l’ex pm veneziano occorre anzitutto separare le carriere. Violante mette invece l’accento sull’etica, al centro del suo ultimo saggio Insegna Creonte, pubblicato dal Mulino: «La prima questione è l’etica professionale». I magistrati si sono, come dire, allargati? «Pensiamo alla trattativa Stato-mafia. È sacrosanto punire i colpevoli, se tali sono, non pretendere di riscrivere la storia. Il magistrato punisce chi ha sbagliato, non ha altri compiti». Invece i giudici, i pm in particolare, sono diventati i sacri custodi della moralità pubblica? «Alcuni sono stati accecati da una sorta di hybris, qualcosa che sta fra l’orgoglio, la superbia, la tracotanza, talvolta l’arroganza. Naturalmente, parliamo di minoranze ma sono minoranze che grazie all’intreccio con la comunicazione, creano una opinione: prima c’era la percezione si trattasse di un mondo di eroi, oggi prevale la diffidenza. E dobbiamo fare di tutto per superare questa immagine negativa perché la magistratura è fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia».

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