Sponsor by

Riflettori puntati sull’incontro di stamattina fra Mario Draghi e il suo predecessore Giuseppe Conte. Come prima di un match di pugilato, vediamo che cosa dicono dai due “corner”. Dal quello filo governativo: Francesco Verderami per il Corriere della Sera prevede che Draghi terrà duro ed è anzi molto irritato per l’appello di Enrico Letta in favore di una nuova mediazione della Cartabia.

«Draghi nelle trattative cerca di ridurre un passo alla volta le distanze dall’interlocutore, anche quello più lontano, se del caso sfruttando una battuta. Conte nei colloqui invece è avvolgente e convenevole, spesso prolisso, così da prendere anche per stanchezza chi gli sta davanti. Insomma oggi la forma sarà salva, ma nella sostanza il faccia a faccia tra il premier e l’ex premier si preannuncia un muro contro muretto. D’altronde lo stesso leader del M5S riconosce una certa disparità nei rapporti di forza politici, se è vero che alla vigilia ha definito il faccia a faccia come una sorta di duello «tra Davide e Golia». Da una parte Conte, deciso a rappresentare con parole «schiette» l’agenda del Movimento che non vuol vedere cancellate le sue riforme. Dall’altra Draghi, che considera un atto dovuto ricevere il capo di un partito della sua maggioranza e già immagina il tenore revanscista del discorso. Sbrigate le formalità, arriverà il momento di decidere le regole d’ingaggio. E i due sulla giustizia hanno già deciso. Nel senso che l’ex premier giudica il testo della Cartabia più o meno un colpo di spugna, visto che «centocinquantamila processi rischiano di svanire nel nulla». Mentre il premier la pensa esattamente al contrario, ma si limiterà a prendere atto di quanto ascoltato perché ritiene che il modo migliore per portare a casa il provvedimento sia restare fermi: ha dalla sua il deliberato del Consiglio, dove i ministri del M5S hanno votato l’impianto proposto dalla Guardasigilli. E chissà se farà notare all’ospite che, criticando la riforma, di fatto sta sfiduciando i suoi rappresentanti al governo. È certo che Draghi non accetterà di mediare ancora sul testo e sulla tempistica parlamentare per la sua approvazione. Mira a far votare la riforma dalla Camera entro agosto e dal Senato alla ripresa, dopo le ferie. Ed è spiacevolmente sorpreso per il fatto che il leader del Pd abbia disatteso la linea concordata nel recente colloquio a Palazzo Chigi. Il Nazareno avrà pure la necessità di non vedere lacerato ciò che resta del rapporto con Conte e il M5S, ma chiedere alla Cartabia di cercare un nuovo compromesso è ritenuto un percorso improponibile. Perché la stessa Guardasigilli considera la riforma il frutto di una mediazione. Il premier dà per acquisito il punto di equilibrio e non intende cercare un nuovo baricentro, altrimenti salterebbe il disarmo bilaterale concordato con gli altri partiti, pronti a rispondere con i loro emendamenti agli emendamenti dei grillini. In quel caso «più che la ricerca di una mediazione – avvisa il centrista Lupi – sarebbe un Vietnam». Per evitarlo Draghi già medita di ricorrere alla fiducia, perché a suo dire questo è «il momento delicato delle decisioni», e ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. Salvini gli ha assicurato che la Lega sarà «granitica». Renzi gli ha fatto sapere cosa farà «se Conte farà scherzi». E da un pezzo del Pd ha ricevuto garanzie che al dunque i dem si allineeranno alle scelte di governo, anche perché nel partito ieri montava il malcontento per atteggiamenti che «fatichiamo a capire». Dinnanzi a questo muro, il muretto sarebbe destinato a cedere, se Conte arrivasse davvero allo show down con il suo successore a Palazzo Chigi. L’ex premier sa di avere (quasi) tutti contro, compresi molti di quelli che nel Movimento hanno salutato l’avvento della sua guida. Andreottianamente pensa ciò che deve pensare di Grillo e pure di Di Maio, eppure nelle ore di vigilia aveva voglia di scherzare con quanti al telefono gli chiedevano come si sarebbe mosso: «Vedrete… E comunque dovreste essere contenti. Senza di me non avreste un minimo di divertimento. Solo calma piatta». Letta scommette che oggi tra Conte e Draghi «si troverà una soluzione positiva», ma ieri i due restavano su posizioni contrapposte. Con il primo che non accetta nemmeno la tempistica di approvazione della riforma, e il secondo che non vuole cambiare la sua agenda, anzi preannuncia che agosto sarà un mese impegnativo perché ci sono molti dossier da chiudere. È il momento di «Davide e Golia». Ma se si arrivasse allo scontro, Conte sa che l’epilogo non sarebbe lo stesso dell’episodio biblico».

Dal corner del Fatto, ecco invece un profluvio di opinioni e numeri per preparare il match dall’altra parte. Obiettivo: minare la riforma Cartabia, a tutti i costi.

«Alle 11, a palazzo Chigi, più che da leader di partito ha intenzione di presentarsi come giurista. Per convincere “dal punto di vista tecnico” e non “identitario” che la riforma Cartabia, così com’ è, non regge. Nel faccia a faccia con Mario Draghi in programma per questa mattina, insomma, Giuseppe Conte insisterà soprattutto sulla questione dell ‘improcedibilità – le nuove norme prevedono che, se entro due anni l’appello non si chiude, il processo salta, ndr – che poi è l’aspetto su cui si stanno concentrando le principali critiche dei magistrati italiani. A cominciare da quelle del loro presidente, Giuseppe Santalucia, che in audizione alla Camera, tre giorni fa è arrivato a definire la nuova prescrizione uno “strumento eliminatorio dei processi”, al punto che – secondo i calcoli dell ‘Anm – la riforma farebbe andare al macero 150 mila procedimenti in corso. Sono state proprio le audizioni dei magistrati ad aver convinto anche il Pd a far arrivare a Draghi tutte le perplessità che la riforma lascia senza risposta. Non è un caso che ieri, il segretario dem Enrico Letta, su Repubblica abbia aperto a degli “aggiustamenti” e abbia sottolineato come sia un”dovere” del Parlamento intervenire per migliorare il pacchetto di misure votato dal governo. L’irritazione per i tempi strettissimi con cui la Camera è chiamata ad esaminare il provvedimento (che dovrebbe andare in Aula già questa settimana) è ormai diffusa e i 5 Stelle, a questo punto, sperano di poter fare asse con Pd e Leu per riportare Draghi a più miti consigli: “Si troveranno le giuste soluzioni”, ha ribadito ieri sera Letta alla festa dell’Unità di Roma. Non sarà esattamente una passeggiata, visto che il premier, sul tema, è piuttosto intransigente. “Prendere o lasciare”, aveva già detto ai ministri grillini che ventilavano l’astensione in Cdm, salvo poi decidersi a votare sì dopo i “consigli” di Beppe Grillo. Ma ora Conte ha deciso di ufficializzare proprio sulla questione della giustizia la fine della “diarchia” interna al Movimento. Lui la riforma così non la vota, ripete ai suoi. E conta di far leva sui risvolti tecnici della faccenda, ovvero sui suoi trascorsi professionali, per rompere le rigidità del premier: “Io sono consapevole che siamo in ”una nuova maggioranza e che non possiamo essere ideologici e arroccarci sulla difesa della legge Bonafede – ragiona l’avvocato -. Ma l’importante è che si trovi un modo, e si può trovare, per evitare che i processi vadano in fumo”. Porterà le sue proposte, Conte. E se Draghi dovesse tirare dritto e magari decidere di mettere la fiducia sul provvedimento, sarà lui a prendersi la responsabilità di questo gesto, è il senso delle riflessioni che l’ex premier sta facendo in queste ore. Conte ripete ai suoi – a cominciare dai ministri – che non ha intenzione di far cadere il governo, anche perché gli serve tempo per ricostruire il Movimento provato dalle lunghissime fibrillazioni interne. Ma vuole (e deve) ottenere qualcosa dal confronto con Draghi. Altrimenti, interpellerà i gruppi parlamentari e la base del Movimento. Cioè gli iscritti, che cinque mesi fa votarono in maggioranza Sì all’ingresso nel governo, ponendo tre condizioni “imprescindibili”: il “Superministero della Transizione ecologica”, la difesa del reddito di cittadinanza e l’indisponibilità a cambiare la riforma della prescrizione così com’ era stata concordata dai giallorosa (quella nata dall'”accordo precedentemente raggiunto con Pd e LeU, oltre il quale il M5S non è disposto ad andare”). A Draghi, stamattina, Conte proverà a spiegare che – col senno di poi – la corda si è già tirata parecchio».

Filippo Ceccarelli per La Repubblica prova a tracciare un ritratto parallelo dei due:

«È faticoso e insieme facilissimo mettere a confronto Giuseppe Conte e Mario Draghi che oggi si vedono. È faticoso perché davvero non hanno nulla in comune, né l’età, né gli studi, né il carattere, tanto meno le modalità con cui sono approdati a Palazzo Chigi. Talmente diverso è il peso specifico dei due che anche solo paragonarli significa fare un torto a Draghi e ridicolizzare oltre il dovuto l’altro, Conte. Quest’ ultimo ieri ha fatto il suo bel video di taglio estivo, in camicia bianca e sfondo libreria, ciuffo mobile e accentuata gesticolazione, retorica in crescendo, dal “vento” che spira ancora sui cinque stelle a una impressionante auto-apologia di se stesso. Ma già al minuto 5 – oltre nove è durata la concione – veniva da chiedersi cosa diavolo potrebbe mai pensare Draghi della Carta dei Valori e dei Principi o dello Statuto negoziato con l’Elevato Garante, dei forum tematici e perfino del neo-istituendo Comitato Nazionale Progetti da mettere al lavoro quando già i supertecnici di SuperMario, affiancati da altrettanto superesperti di qualche agenzia internazionale, avranno ben cominciato a darci sotto con il Pnrr. Conte, d’altra parte, appariva molto soddisfatto anche della imminente Scuola di formazione ad “aggiornamento permanente”. Però anche in questo caso il dubbio era che cosa detta scuola potrà mai insegnare ai post-grillini a proposito dei poteri forti e delle ragioni per cui almeno tre o quattro volte, negli ultimi trent’ anni, il sistema politico italiano ha avuto bisogno di essere raddrizzato da qualche governo tecnico – altro che le riforme da cancellare o meno! E insomma, non c’è confronto e al tempo stesso ce n’è troppo. Conte parla, parla, parla; Draghi più sta zitto e più è contento. Conte è creatura politica notturna, come molti altri più che disponibile al rinvio, al ritardo, alle soluzioni dell’ultimissima ora; Draghi, il contrario esatto. Sempre come stile di governo, Conte tende a favorire la proliferazione di istanze di secondo grado dai poteri vaghi, comitati, commissioni, gruppi di lavoro che funzionano come camere di compensazione e dispositivi per guadagnare tempo; Draghi non delega né guadagna tempo, piuttosto accentra, sceglie di persona le persone o le fa scegliere da agenzie di cacciatori di teste con base in Svizzera. Il gioco può estendersi su tanti altri piani. Conte è arrivato non si è ancora capito bene da dove e perché; il fatto che poteva fare molto peggio di come ha governato suona senz’ altro a suo merito, ma è anche lui un sintomo di un’anomalia. A questa stessa anomalia Draghi rappresenta la risposta alta, perché a suo modo viene da lontano e tutti lo conoscono, ma forse più all’estero che qui in Italia. Conte ha dietro di sé Casalino, figura chiave oggi un po’, seppur studiatamente sotto tono; Draghi è molto probabile che fino a qualche tempo fa non sapesse nemmeno chi fosse, ‘sto Casalino, e forse ancora oggi ignora il fenomeno social delle “Bimbe di Conte” con i loro gadget in vendita sulla rete. I riferimenti dell’attuale presidente del Consiglio hanno semmai a che fare con le esperienze nelle università americane, la Banca d’Italia, il mondo del Tesoro, i centri della finanza e quindi con le fredde necessità dei numeri e dei programmi. Infine il potere: Conte ci ha preso gusto, e lo si vede, altroché; mentre Draghi forse pure, ma certo non vuole, non può e non deve darlo a vedere. Conte in definitiva è molto italiano, nel senso che intendeva Montanelli ammiccando: «Fra noi italiani ci conosciamo». Senza essere anti-italiano, Draghi è invece molto internazionale. Di qui all’incompatibilità assoluta ce ne corre, ma poi nemmeno troppo».

Sponsor by