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L’istituto Spallanzani di Roma, grazie ai suoi ottimi medici ha identificato il primo caso italiano di vaiolo delle scimmie.  Attualmente i contagi nel vecchio continente sono circa una ventina, fra Regno Unito, Spagna e Portogallo. Il professor Francesco Menichetti, infettivologo ed ex primario del reparto di Malattie infettive dell’Azienda ospedaliero universitaria di Pisa, da risposte alle domande che tutti in questo momento ci stiamo facendo, quali sono i sintomi, come si propaga e soprattutto che virus è?

Il primo paziente italiano affetto da vaiolo delle scimmie è un uomo romano di 40 anni rientrato da un viaggio alle Canarie. Il quarantenne si è presentato al Pronto soccorso del Policlinico Umberto I prima di essere portato all’Istituto nazionale per le malattie infettive. Il professor Menichetti spiega cos’è questa nuova malattia, “Si tratta di un virus simile a quello del vaiolo umano. La famiglia è quella degli Orthopox virus, e il vaiolo delle scimmie è chiamato Monkeypox“. Il vaiolo umano (lo Smallpox), che più ha preoccupato in passato, è stato dichiarato eradicato alla fine degli anni’70. Dagli anni ’80 infatti, come ci spiega il professor Menichetti, è stata interrotta la vaccinazione obbligatoria. “Il vaiolo delle scimmie è diverso, meno contagioso e potenzialmente anche meno grave di quello umano, ed è trasmesso dall’animale all’uomo, soprattutto in Africa centrale e occidentale. Sono i piccoli roditori il serbatoio che di frequente risulta infetto e il contatto con questi animali, cacciandoli, maneggiandone la carne, mangiandola, provoca casi sporadici o focolai. La peculiarità del vaiolo delle scimmie documentato oggi in Europa e negli Stati Uniti è che le catene di trasmissione di questo virus non hanno a che fare con viaggi o esposizione a zone a rischio. C’è quindi una catena di trasmissione locale, europea e americana, e con una modalità di trasmissione a contagio sessuale, questa sarebbe la seconda particolarità”. I sintomi del vaiolo delle scimmie sono caratteristici: c’è un’incubazione che va dai 5 ai 21 giorni. I disturbi che il paziente può presentare sono febbre, dolori muscolari, spossatezza, rigonfiamento dei linfonodi e poi la comparsa delle classiche lesioni cutanee. Si tratta di vescicole a grappolo che solitamente compaiono al volto prima, e poi si diffondono alle altre parti del corpo, tipicamente interessano il palmo delle mani. Il professore specifica che si tratta di lesioni monomorfe, ovvero che si presentano allo stesso grado di maturazione, al contrario della varicella, più comune. Queste ricordano proprio le lesioni del vaiolo umano. Per avere la conferma della malattia da virus del vaiolo delle scimmie bisogna fare un esame del liquido delle vescicole, la famosa Pcr (Proteina C reattiva) con sequenziamento genico. Può essere sospettata non tanto sul quadro sindromico simil influenzale, quindi sui sintomi come febbre o spossatezza, ma dalla comparsa delle vescicole a grappolo che sono molto tipiche. A quel punto il sospetto clinico può essere elevato, poi ovviamente c’è la conferma virologica e la necessità di ricostruire e interrompere le catene epidemiologiche, di fare il tracciamento. Nei Paesi dove è stata identificata, infatti, ci sono piccoli gruppi di persone con il vaiolo delle scimmie che hanno avuto scambi, contatti, relazioni. In relazione al tipo di virus, la mortalità va dall’1 al 10%, è molto variabile. Solitamente si tratta di una malattia benigna che si risolve da sola. E i pazienti che sono stati identificati in Italia ora sono in isolamento, sia quelli accertati che quelli sospetti, allo Spallanzani di Roma. Ovviamente, anche se la gran parte di queste infezioni non è mortale, in alcuni casi può invece avere un decorso più grave, in pazienti fragili, affetti da altre patologie. In queste situazioni, ci può essere la necessità di intervenire con farmaci antivirali specifici, come il Cidofovir, un farmaco che si somministra per via endovenosa che può essere di qualche utilità in casi gravi di vaiolo delle scimmie. Per prevenire l’infezione esiste anche un vaccino recente, specifico contro il monkeypox, spiega il professore: Chi ha già fatto il vaccino per il virus del vaiolo umano, che non si fa più dall’81, è presumibilmente protetto. Chi non l’ha fatto, invece, non è protetto, tant’è che qualcuno suggerisce di offrire la vaccinazione antivaiolosa a chi è stato esposto. Questo è un po’ lo scenario”, prosegue il professor Menichetti. Adesso la novità è che non c’è relazione con viaggi in Africa centrale e occidentale, dove i casi sono più frequenti, e la trasmissione sessuale. Due elementi importanti che vanno tenuti in considerazione. Al Professor Menichetti è stato anche chiesto se un aiuto possano darlo anche le mascherine che già stiamo usando per il coronavirus, visto che questo vaiolo si trasmette anche attraverso i droplets, ovvero le goccioline di saliva che vengono prodotte quando si parla. Sì, possono darci un modesto aiuto, se la trasmissione avviene in questo modo o attraverso il contatto con le lesioni vescicolari diretto. Ma quello che è emerso dai focolai europei e statunitensi, e non in quelli africani, è che la modalità di trasmissione principale del vaiolo delle scimmie è avvenuta attraverso rapporti sessuali promiscui. Quindi, le precauzioni dovrebbero essere quelle che vengono adottate nei confronti delle malattie a trasmissione sessuale. La cautela che si usa nei confronti delle patologie di questo tipo. Secondo il professor Menichetti, al momento la situazione non è critica ma, come spesso avviene in questi casi, va sicuramente monitorata. L’ allarme adesso è generale, ma al momento stiamo parlando di poche decine di casi. Non è detto, tuttavia, che si possa trasformare in un’epidemia di più ampie dimensioni. Probabilmente, avremo anche altri casi, ma grazie a un’informazione tempestiva rivolta all’utenza, questi focolai tenderanno a spegnersi, tranquillizza il professore. Non credo che acquisterà dimensioni pandemiche ma è sicuramente un ulteriore esempio, monito di come le malattie virali la fanno da padrone e approfittano dei comportamenti umani spesso non propriamente integerrimo”.

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