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  1. Dopo un lunghissimo periodo in cui si sono svolte le indagini sulla vicenda inerente a la trattativa tra “Stato-Mafia”, in sede d’appello ieri si è deciso che Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, ex ufficiali del Ros andassero assolti perché “il fatto non costituisce reato” e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri “perché il fatto non sussiste”. Succede per la prima volta da quando questa vicenda ha avuto inizio, un cambio d’orientamento così radicale tale da costringere tutti a dover cambiare pensiero, rotta, anzi a dover cambiare la storia . In questa sentenza in sede d’appello si è deciso dunque che i tre ex Ros non erano dei traditori dello Stato che avevano deciso di andare incontro alla mafia. Erano persone che, in un momento storico in cui la criminalità organizzata era così forte da far cadere sotto le sue bombe uomini delle istituzioni, hanno tentato di fare il loro lavoro con i mezzi che avevano: avvicinare  la mafia tramite Vito Ciancimino . C’è poi la posizione di Marcello Dell’Utri e nel suo caso i giudici d’appello si spingono oltre, asserendo che il fatto non sussiste. Per i pm l’ex senatore di Forza Italia, nel 1994 – quando Totò Riina era già stato arrestato – avrebbe fatto da tramite tra la mafia e Silvio Berlusconi, diventato premier a maggio di quell’anno. Infatti si sosteneva che attraverso la simulazione di una minaccia ai danni di Silvio Berlusconi, si approvasse una legge, ossia io decreto Biondi, che restringeva la possibilità di arresto dei boss senza esigenze cautelari. Quel decreto fu ritirato perché Roberto Maroni, allora vicepremier, si oppose. Questa decisione, però, si scontra con un giudizio definitivo sull’ex senatore di Forza Italia. Nel 2014, infatti, Dell’Utri è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per aver, ha deciso il giudice, fatto da tramite tra Cosa Nostra e Berlusconi in un periodo precedente rispetto a quello cui si fa riferimento nel giudizio finito in secondo grado ieri. Anche Mannino, ex Ministro della Democrazia Cristiana, è stato assolto con formula piena, in tre gradi di giudizio dall’accusa di aver tramato con la mafia. L’ex ministro ha definito la sua vicenda giudiziaria “una lunga via crucis durata trent’anni”. Trent’anni in cui è stato considerato mafioso. La vicenda della trattativa tra “Stato-Mafia” ci porta dritti a un altro grande caso giudiziario italiano: quello della morte del giudice Paolo Borsellino e la ricerca infinita dei colpevoli mai trovati. Già la sentenza d’appello del Borsellino quater, si sceglie una pista diversa: il magistrato, secondo tale orientamento , non fu ucciso perché si opponeva ai rapporti tra Stato-Mafia, ma perché Cosa nostra voleva vendicarsi del maxi processo e temeva un dossier su cui Borsellino stava lavorando: mafia-appalti. Ed ecco che ora che sembra assodato che la trattativa, per come ce l’avevano raccontata, non esiste, le mancanze che ci sono state nell’appurare i responsabili della morte di Borsellino sembrano ancora più evidenti. “Io i miei dubbi su questa operazione li avevo espressi fin dall’inizio – ha detto all’AdnKronos la figlia del giudice ucciso in via D’Amelio, Fiammetta – La grande amarezza è che queste energie investigative dedicate al processo trattativa potevano essere indirizzate verso delle piste che, secondo me, volutamente non si sono percorse. Ancora una volta siamo di fronte al fatto che si sono seguite piste inesistenti quando da sempre abbiamo ribadito che bisognava approfondire quel clima che mio padre viveva dentro la Procura di Palermo”. Il magistrato, poco prima di morire, si era confidato con la moglie: “Si doveva approfondire il filone dei dubbi e del senso di tradimento che mio padre manifestò parlando a mia madre dei colleghi, il perché non si è voluto indagare su l Procuratore Giammanco. Secondo noi queste erano le piste su cui si doveva indagare, non altre…”. E a chi insinua che la trattativa accelerò l’uccisione del padre, risponde: “Per noi l’accelerazione è stata data dal dossier mafia e appalti ma non lo dice la mia famiglia – dice ancora Fiammetta – lo dice il processo Borsellino ter, che l’elemento acceleratore è stato il dossier mafia e appalti che è stato archiviato il 15 luglio, cioè pochi giorni prima della strage. Nonostante mio padre il 14 luglio avesse chiesto conto e ragione del perché a quel dossier non venisse dato ampio respiro”.
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