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Zamagni lancia una proposta di negoziato. Mentre il mondo è in ansia per i referendum che Mosca vuol far votare nel Donbass. Letta-Meloni nemici e alleati. Gas, la Germania nazionalizza

Il mondo è in ansia. E l’angoscia grava su New York, dove sono riuniti per l’Asssemblea generale delle Nazioni Unite molti capi di Stato e di governo. I governatori delle terre del Donbass conquistate dall’esercito russo ieri hanno annunciato che ci saranno i referendum per l’annessione a Mosca. È un passo che preoccupa, perché se quei territori diventano ufficialmente territorio russo, un’altra eventuale controffensiva ucraina potrebbe giustificare l’uso di ordigni nucleari. Per alcune ore ieri era anche stato annunciato un discorso televisivo di Vladimir Putin, che ha fatto ipotizzare quella “mobilitazione generale” che i falchi dell’esercito russo chiedono negli ultimi tempi allo Zar. Poi il discorso non c’è stato. Ma il sospetto che Putin stia preparando una nuova fase della guerra resta fondato. La sensazione è che ci troviamo ad un bivio: potremmo salire un ulteriore gradino nell’escalation bellica, oppure paradossalmente si potrebbe finalmente aprire un serio negoziato. Lo dice esplicitamente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan alle Nazioni Unite, quando sostiene che tutti vogliono “risolvere il conflitto”.

A proposito di pace, Stefano Zamagni, ha scritto un contributo importante ripreso oggi da Avvenire. Sostiene il Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali che: “È doveroso avanzare una proposta di negoziato tra i due Paesi belligeranti”. E presenta sette punti per arrivare al cessate il fuoco, che sembrano ricalcare l’iniziale proposta di pace avanzata dal nostro governo proprio nella sede delle Nazioni Unite. Sette passi giusti ed equi che Russia ed Ucraina dovrebbero accettare. Nella notte Mario Draghi è intervenuto all’Assemblea Generale nel palazzo di vetro (vedi Foto del Giorno) e ha citato Mikhail Gorbaciov e il valore del “multilateralismo”. Oggi parlerà Joe Biden, domani il Consiglio di sicurezza discuterà delle atrocità commesse in Ucraina.

Sempre a New York Henry Kissinger ha premiato il nostro presidente del Consiglio come Statista dell’anno. Il World Statesman Award, organizzato dal rabbino Arthur Schneier da diversi anni, è infatti un riconoscimento che premia uomini di stato e di governo. Repubblica stampa oggi il discorso di Kissinger con la motivazione del premio. A Roma intanto prosegue la campagna elettorale. Enrico Letta, intervistato dal Giornale, continua a fare sponda con Giorgia Meloni. Come dicevano i latini, Simul stabunt, simul cadent. Dice Letta al direttore Augusto Minzolini: «Una delle pochissime cose che ci uniscono, con Giorgia Meloni, al di là del rispetto e della cortesia che ci si riserva tra avversari, è una visione bipolare della contesa politica. Destra e sinistra. Conservatori e progressisti. Chi vince governa. E io non ho alcuna intenzione di mettere in discussione la democrazia dell’alternanza». È l’ossessione del segretario del Pd. Per dirla con il cardinal Matteo Zuppi, la “polarizzazione forzata” dell’Italia. Una polarizzazione che, per ora, ha fatto fuori il miglior statista dell’anno, in una crisi surreale nel momento peggiore della nostra storia dal 1948. Siamo dei geni.

Tanto più che l’emergenza eccezionale che aveva spinto le forze politiche a stare insieme per trovare una soluzione comune ai problemi non è affatto finita. Purtroppo. In questo quadro il voto negativo del Senato alla riforma fiscale è un segnale bruttissimo. Come lo era stato il sabotaggio del taglio alle bollette. I partiti e i leader ballano sul Titanic. Intanto la Germania ha deciso di nazionalizzare il colosso del gas Uniper. Costerà 29 miliardi al governo federale ma è meglio evitare il fallimento.

Le altre notizie dall’estero ci raccontano delle proteste delle donne iraniane, della repressione di Ortega che ha messo fuori legge altre 100 Onlus in Nicaragua e delle speranze di Lula di battere Bolsonaro. In Brasile si voterà il 2 ottobre.

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