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La Cina, con il presidente Xi, è tornata a minacciare Taiwan, dove gli americani hanno appena spedito consiglieri militari. Il punto per Repubblica è di Gianluca Modolo.

«Continueremo a rafforzare le nostre difese per garantire che nessuno possa costringerci ad accettare il percorso stabilito dalla Cina, che non offre né libertà né democrazia né tantomeno la sovranità per i nostri 23 milioni di cittadini. Non agiremo in modo avventato, ma è certo che il popolo taiwanese non si piegherà alle pressioni». Dopo le parole di Xi Jinping sulla riunificazione a tutti i costi di Taiwan, Taipei risponde: senza paura. Dal palco davanti al palazzo presidenziale, tra concerti, sfilate di carri armati e jet in cielo per la festa nazionale che celebra la Rivoluzione del 1911 che portò alla nascita della Repubblica di Cina (il nome ufficiale dell’isola) di Sun Yat-sen, “padre della patria” venerato su entrambe le sponde dello Stretto di Formosa la prima donna presidente, Tsai Ing-wen scandisce: «Siamo in prima linea nella difesa della democrazia». Pechino non la prende bene e in serata ribadisce che «Taiwan è parte della Cina e deve essere riunificata. La ricerca dell’indipendenza chiude la porta al dialogo». E aggiunge: «La provocazione sull’indipendenza è la più grande minaccia alla pace e alla stabilità». Il «percorso» di cui parla Tsai è quello di “Un Paese, due sistemi”, già applicato a Hong Kong e che il governo comunista vorrebbe replicare anche qui. Percorso che sull’isola vista l’esperienza dell’ex colonia britannica nessuno vuole. «Più realizziamo i nostri obiettivi, più la pressione esercitata dalla Cina diventa forte», ricorda la leader democratica riferendosi ai quasi 150 aerei dell’Esercito di liberazione che nell’ultima settimana hanno sorvolato l’isola: così Pechino mostra i muscoli per ricordare tanto alla sua “provincia ribelle” quanto a Usa e alleati che Taiwan è «una questione interna e non ammette interferenze». Tutte le comunicazioni ufficiali con Taipei sono interrotte dal 2016, da quando Tsai venne eletta e si rifiutò di sottoscrivere pubblicamente il Consensus del 1992, cioè il fatto che esista una sola Cina, considerando l’isola, di fatto, già indipendente. Una dichiarazione esplicita in tal senso non c’è mai stata, visto che rappresenta la vera linea rossa di Pechino. Per questo anche ieri la leader ha ribadito il suo invito al governo cinese di impegnarsi per riattivare il dialogo “da pari a pari”, dicendosi favorevole al mantenimento dello status quo. «Faremo del nostro meglio per impedire che venga modificato unilateralmente». «Distorce i fatti e incita allo scontro», replica Pechino. «A Washington, Tokyo, Canberra e Bruxelles, Taiwan non è più ai margini, con sempre più amici democratici disposti a difenderci. Non siamo più l’orfana dell’Asia, ma un’isola di resilienza che può affrontare le sfide con coraggio», ha continuato la presidente. «Ma oggi la situazione nell’Indo-Pacifico sta diventando ogni giorno più tesa. Siamo in una situazione più complessa rispetto a qualsiasi altro momento degli ultimi 72 anni. Ogni passo influenzerà la direzione futura del nostro mondo, e la direzione futura del nostro mondo influenzerà il futuro di Taiwan stessa».

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