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Il mondo muore ancora di fame. O di obesità. È il pianeta delle diseguaglianze. Elena Molinari da New York per Avvenire.

«L’obiettivo ufficiale è ambizioso: trasformare l’intera rete alimentare per eliminare la fame dalla Terra entro il 2030. Il primo Vertice sui Sistemi Alimentari, tenutosi ieri all’Onu in forma virtuale, ha chiesto ai 130 Paesi partecipanti impegni concreti perché, come ha detto il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, il cibo non sia più visto come merce da scambiare ma come necessità da condividere. «Tre miliardi di persone non possono permettersi una dieta sana, 2 miliardi sono in sovrappeso o obesi, 462 milioni sono sottopeso, e quasi un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato – ha ricordato Guterres -. Dobbiamo costruire un mondo in cui cibo sano e nutriente sia disponibile per tutti, ovunque». Il segretario ha esortato i governi e le imprese a lavorare insieme per aumentare l’accesso a diete sane. E anche, ha proseguito, «a creare sistemi alimentari che proteggano il nostro pianeta e siano in grado di supportare la prosperità, non solo delle imprese, ma degli agricoltori e dei lavoratori del settore alimentare». Le dichiarazioni di impegno non sono mancate. Circa 130 Paesi hanno promesso di adoperarsi per fornire cibo gratis nelle scuole, ridurre gli sprechi, promuovere l’alimentazione sana e aumentare la cattura del carbonio. Gli Usa hanno annunciato un investimento da 10 miliardi di dollari nella sicurezza alimentare. La metà andrà a «rafforzare il sistema alimentare negli Usa, anche attraverso investimenti in infrastrutture per garantire l’accesso a diete sane per tutti gli americani, e in mercati giusti ed efficienti per migliorare l’inclusività e la resilienza» del settore. Gli altri cinque miliardi nei prossimi cinque anni andranno a sostenere “Feed the Future”, l’iniziativa del governo Usa contro la fame. Uno sforzo che l’Amministrazione di Joe Biden vuole compiere anche per contrastare gli effetti della pandemia, che non sono ancora finiti e che sono già costati consensi al presidente Usa. La popolarità di Biden infatti è crollata al 43% rispetto al 56% registrato a giugno. Anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, in videoconferenza, ha ribadito al summit sul cibo l’intenzione dell’Italia di avviare «un’azione coordinata a livello mondiale in materia di sicurezza alimentare e nutrizione in risposta al Covid-19». Perché, ha ricordato, quasi una persona su dieci nel mondo è denutrita, e la pandemia e la recessione mondiale hanno spinto quasi 100 milioni di persone in povertà estrema, portando il totale a 730 milioni. Inoltre, ha ammonito, «l’effetto combinato delle crisi sanitarie, dell’instabilità economica e dei cambiamenti climatici può minare i nostri sforzi collettivi per combattere la fame a livello globale». Nella notte italiana, nel suo messaggio registrato all’Assemblea generale, il primo ministro ha lamentato un «progressivo indebolimento del multilateralismo», del quale ha auspicato un rilancio rendendolo «efficace per le sfide del nostro tempo» per far fronte alla pandemia, ai cambiamenti climatici, alla lotta alle diseguaglianze e all’insicurezza alimentare. Draghi si è soffermato in particolare sul clima, evidenziando la necessità di «raggiungere un’intesa globale per interrompere al più presto l’uso del carbone, e, coerentemente con questo obiettivo, bloccare il finanziamento di nuovi progetti di questo tipo». Intanto, al Summit sul cibo, il presidente dell’Assemblea generale Onu Abdulla Shahid denunciava «la tragedia del cibo sprecato», definendo «immorale che così tanto venga buttato via mentre così tanti soffrono la fame». Poi ha auspicato una migliore cooperazione fra agricoltori, produttori e distributori. Un punto sollevato anche da Gilbert Houngbo, presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, che ha sottolineato come i piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo «producono un terzo degli alimenti nel mondo, ma guadagnano solo il 6,5% del prezzo a cui gli alimenti vengono venduti nei supermercati e spesso non possono permettersi di assicurare alle proprie famiglie un’alimentazione sana e nutriente». A suo dire allora le iniziative dei governi resteranno vuote se non si riequilibra il potere dei grandi produttori di cibo e dei distributori e venditori al dettaglio rispetto a quello dei piccoli agricoltori. In effetti le proposte emerse ieri dal vertice sono già state giudicate insufficienti da molti gruppi della società civile, accademici e movimenti sociali che hanno denunciato che l’agenda del summit è stata condizionata da una «opaca rete di interessi aziendali». «La lotta per un sistema alimentare sostenibile, giusto e sano non può essere sganciata dalla realtà delle persone i cui diritti, la cui conoscenza e i cui mezzi di sostentamento non sono stati riconosciuti ma anzi sono stati ignorati», si legge in una dichiarazione firmata da circa 600 gruppi ed individui. Alcuni hanno criticano la predominanza di multinazionali come Nestlé, Bayer e Tyson negli sforzi del vertice di identificare le soluzioni per il sistema “food”».

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